Il Feticismo tra Passione e Psicopatologia

C’eravamo incontrati nel più importante dei modi,
per caso
R. Bach

Maura e Claudio ( sono ovviamente nomi di fantasia per la tutela della privacy) sono una coppia di 35 e 37 anni rispettivamente. Una “coppia” per modo di dire, assolutamente singolare, insomma, ed il loro “status” mi ha fatto più volte riflettere sulla opportunità o meno di accettarli in terapia. Si tratta, infatti, di una coppia di amanti. E’ Maura che si rivolge a me per prima, come spesso succede in molti casi anche di coppie “tradizionali”: è la donna a trovare di più il coraggio di esporsi. Così, durante il primo incontro Maura comincia a raccontarmi la sua storia. Se avesse dovuto dargli un nome, avrebbe chiamato il suo “mal d’amore”, anche se nulla aveva a che fare con il “mal franzese”. Ne era consapevole, più che amore era una specie di “masochismo amoroso”, non poteva certo essere un amore sano quello in cui uno si annulla per l’altro, dimenticando anche la propria dignità. Proprio così, la dignità. Non le era mai capitato finora. Le sue storie sentimentali erano state “tranquille”, forse troppo, ma l’avevano resa serena, senza “scossoni”. Le avevano forse catturato più con la dolcezza il cuore che con la prepotenza il cervello. E si erano esaurite come la fiammella di una candela troppo corta per poter durare a lungo. Ma le avevano lasciato dentro una impagabile sensazione di pace, di serenità, di beatitudine. Doveva essere questo l’amore: stare bene con qualcuno che sappia apprezzarti, senza farti piangere. I suoi uomini erano stati dolci, sempre, con lei, le avevano saputo asciugare le lacrime. Quando morì suo padre, Alessandro, il suo attuale compagno, era con lei. Quando sua madre era sul letto di morte, era sempre lui a tenerle dolcemente la mano e a rassicurarla, perché lei non capiva come mai le ultime parole di sua madre fossero state intrise di dolore, parlando di un uomo, suo padre, che l’aveva tradita, maltrattata, le aveva promesso fuoco di passione e regalato cenere di ricordi. Non capiva, le era sembrato che i suoi genitori fossero stati sempre felici e, invece, a quanto pare…Ma lei si riteneva fortunata: Alessandro era al suo fianco, dolcemente e l’amava. Di un amore rassicurante, di un amore fantastico, di un amore presente e possibile. Avrebbe potuto chiedergli la luna, avrebbe potuto aspirare a quel cielo stellato, che spesso amavano contemplare assieme, lui avrebbe fatto di tutto perché almeno una di quelle stelle diventasse sua. Era in compagnia di Alessandro quando conobbe Gianni. Non ne rimase colpita subito. Al di là che esteticamente non le piaceva (aveva sempre pensato: “molti muscoli, poco cervello”), oltre i canoni estetici era borioso, strapieno di sé. Ma forse le due cose andavano di pari passo. I muscoli gli servivano per “apparire”, eppure lui, così ad intuito, sembrava avere anche “cervello”. Erano a casa di amici, una festa di compleanno e Gianni iniziò a parlare con lei come se si conoscessero da tempo. Le rivolse subito la parola, lui era già arrivato alla festa, lei ed Alessandro arrivarono poco dopo. Le andò incontro per salutarla. “Proprio me?”, le venne da pensare, tra le decine di donne che c’erano, compreso il gruppo che stava entrando con loro. Non poteva sapere allora che probabilmente era la vittima designata. Ne fu lusingata, anche se il genere di uomo non la faceva impazzire ed in più…una specie di campanello d’allarme le suonava dentro…qualcosa era come se volesse metterla in guardia. Ma Maura non gli diede retta. Quante volte la sua prima impressione non era stata quella giusta…sì, era lusingata dal modo che Gianni aveva di guardarla, come ci fosse stata solo lei tra mille. La faceva sentire unica, assolutamente la “prescelta”. Alessandro scomparve e non solo dai suoi pensieri. Fu catturato da un gruppo di amici del calcio e poi si fidava troppo di lei oppure, semplicemente, non aveva neppure notato lo sguardo di Gianni su di lei. Si fidava talmente tanto della sua donna che era comunque convinto che per quanto la avessero corteggiata e chiunque fosse stato a farlo, lei gli sarebbe stata fedele. Ecco spesso Maura pensava di avere vicino un uomo certamente
meraviglioso, un uomo presente nelle sue esigenze, il classico uomo “su cui si può contare”, ma come “femmina” si sentiva trascurata a volte. E non era un discorso sessuale, anche se pure il sesso era decisamente in calo, anzi non era mai stato come quei “fuochi d’artificio” descritti dalle sue amiche, nonostante stessero insieme solo da qualche anno. Era come se la sua femminilità in toto fosse svalutata, nonostante le attenzioni che lui le riservava. Banalmente, come tutte le donne, avrebbe voluto ricevere i complimenti per un vestito nuovo, per un nuovo taglio di capelli, per quei due chilogrammi in più che era riuscita a perdere. E invece nulla di ciò. Il suo era un uomo presente, certo, per le cose pratiche, c’era…ma non la faceva sentire desiderata.
Lo sguardo di Gianni, invece, la rendeva unica. La faceva sentire una regina. Uno sguardo impertinente, sembrava riuscisse a sfiorarle la pelle. E forse lo faceva davvero. Tanto che lei ebbe l’insolita sensazione di sentirsi nuda davanti a lui, anzi più che nuda, quasi senza la barriera della pelle a proteggerla. Le portò una flute di champagne, prontamente recuperata dal vassoio del cameriere e le chiese se fosse lieta di brindare al loro incontro. Lei era estasiata. Lui aveva catturato la sua attenzione come mai nessuno era riuscito a fare. Maura comincia a sentirsi intrigata dal suo modo di parlare, ipnotizzata dal suo sguardo e dalle sue labbra. Ostentava dei modi che generalmente l’avrebbe infastidita, mentre lui le dava piacere, un piacere indescrivibile. La sensazione di essere la donna più bella della festa, che riusciva a trasmetterle, continuò per tutto il tempo. Lui, in modo dolcemente prepotente, non si staccò un attimo da lei, fingendo, probabilmente, di dover andare in toilette quando Alessandro cercò di recuperare l’attenzione di Maura. Si salutarono con una stretta di mano. Il battito cardiaco ed il respiro di Maura subirono una impercettibile accelerazione. Alessandro le chiese se conoscesse Gianni, sembravano già così “amici”. Maura arrossì leggermente, fingendo di conoscerlo, anche se solo di vista. Alessandro, come sempre, non le chiese più nulla.
Dopo la festa tornarono a casa, in macchina, lei avvolta dai suoi pensieri, tutti concentrati su quell’uomo appena conosciuto ma che, come banalmente si dice, le sembrava di conoscere da sempre. E Alessandro le appariva sempre più comune. A casa ritrovò nella borsetta il numero di telefono di Gianni che evidentemente, lui le aveva fatto scivolare in un suo momento di disattenzione. Pensò immediatamente di gettarlo via, ma non lo fece. Non sapeva perché o forse sì, lo sapeva, voleva avere una traccia per ritrovarlo. La settimana dopo lo chiamò. Lui era entusiasta, la invitò ad uscire per un caffè e così iniziò la loro storia. All’inizio il cuore di lei bruciava di passione all’unisono, le sembrava, con quello di lui. Più lui si incendiava, più lei lo assecondava. Era molto singolare il tempo che Maura trascorreva con lui. Lui la “adorava”, diceva. La chiamava “regina”. Le prendeva spesso i piedi ed amava baciarli, dolcemente a volte, altre volte, meno dolcemente, se li infilava in bocca, quasi sembrava volersi soffocare. All’inizio Maura si spaventava, aveva paura di fargli male, di poter essere la causa di qualche suo malessere. Ma lui cercava di rassicurarla, dicendole che quando si ama qualcuno, lo si ama completamente, lo si ama tutto intero, sì, insomma, piedi compresi. A tratti le era venuto in mente che lui potesse avere degli aspetti perversi, aveva sentito parlare e letto, da qualche parte, del “feticismo”, le sembrava di aver appreso che si trattava di una malattia della mente, in cui chi ne è affetto non riesce ad amare l’altro nella sua interezza, ma solo alcune parti, oppure l’amore era rivolto ad oggetti, feticci, insomma. Ma qui le sembrava esattamente il contrario: lui le diceva che, proprio perché la amava tutta, amava di lei anche le sue parti. I rapporti completi erano rari, lui spesso perdeva l’erezione. “Mi emozioni”, le diceva. Erano sempre prevalenti tra di loro questi momenti di intimità “particolare” come la chiamava lei, che, comunque, la intrigava e la attraeva. Quello sguardo sfrontato di lui che la faceva sentire unica al mondo ed unica nel suo mondo. Quello sguardo che la faceva sentire nuda sotto i suoi occhi, anzi che la spogliava solo per lui, ovunque si trovasse, in modo impertinente.
Si amavano quasi con la stessa efferatezza con cui, in un “raptus” di follia, si commette un omicidio. Si amavano come se non bastasse amarsi e basta. Si amavano senza sapere quanto, se potesse essere troppo, se mai può esserci un “troppo” in amore, non se lo chiedevano nemmeno. Tutto quello che sapevano fare era questo e non avrebbero potuto fare altrimenti. Come una tempesta inarrestabile, ma perfetta. Di fronte a tale perfezione i cieli rischiarati da stelle vibranti si oscuravano. I venti dell’amore soffiavano forte, sconquassavano i visceri del mare, precipitavano dalle nuvole, senza paracadute. Si amavano come l’ultima luce, come se dopo di loro ci potesse essere solo il buio. Lo spettacolo di scintillare e spegnersi insieme vale tutta una vita di inutili promesse. Si amavano a perdersi. A imbrunire. Amavano e non lo nascondevano ( o quasi). Non potevano nascondersi, se non ad occhi indiscreti. Non c’era pudicizia nei loro sguardi neppure tra la folla. Anche a chi non avesse saputo che stavano insieme sarebbe stato evidente quel filo erotico che univa gli sguardi. Si amavano ovunque, per ogni molecola o atomo che li componeva.
Ci si ama senza sapere che amare è anche sperare, resistere. Eppure si resiste, si sopporta, si trattiene. Si spera. Gianni sfiorava il suo corpo e penetrava la sua anima. Mai Maura ebbe un senso di rimorso verso Alessandro, quasi come se si sentisse libera, non legata a lui. Dopo un mese di frequentazione con Gianni, pensava già di lasciarlo ma lui le disse di temporeggiare, così loro avrebbero avuto modo di conoscersi meglio. Lei lo assecondò, seppur non capendone le ragioni, visto che lui, invece, non aveva una compagna fissa. Ma divenne fremente dopo qualche mese, non ce la faceva più a continuare a vedere anche Alessandro come se nulla fosse, voleva dirgli che amava un altro. Certo gli avrebbe fatto del male, avrebbe sofferto, ma lei non era per le menzogne, lei voleva amare Gianni davanti a tutti e voleva che tutti sapessero del loro amore. Lui fu bravo a fingere all’inizio. Lei non capì che fingeva. Era attento a lei, gentilissimo, estremamente sensibile ad ogni sua richiesta prima ancora che venisse formulata. Galante, adorante, sempre “ai suoi piedi” nel senso più reale del termine. Quei piedi stavano diventando una specie di ossessione per Maura. Sapeva che ad ogni incontro sarebbero diventati protagonisti indiscutibili del loro essere l’uno per l’altra. Se i baci sulle labbra, da appassionati che erano, diventavano via via più frettolosi, l’attenzione alle estremità di Maura diventava sempre più esagerata. E più a lui sembrava piacere, più lei, col passare del tempo, la trovava una cosa noiosa, ripetitiva, quasi “asessuata”. Ma Gianni stava scoprendo il suo vero sé. Ed arrivò fino ad un punto che destò la preoccupazione di Maura. Una volta si sdraiò a terra e dopo averle baciato i piedi ed averli succhiati, le chieste di passeggiare sul suo corpo. Per lei era inaudito, cercò di assecondarlo, dopo lunghi attimi di incertezza, riuscendoci a mala pena, un po’ per il suo equilibrio precario, un po’ perché aveva paura di fargli male. La scena si ripetè: altre volte, e sempre più spesso, Gianni le chiese di tracciare la linea di sé con i suoi piedi, imprimendo con forza su di lui il carico del suo corpo. Ed ogni volta per Maura diventava sempre più difficile, mentre la sua preoccupazione cresceva esponenzialmente. Lui doveva avere dei tratti masochistici, evidentemente, se le chiedeva di fargli male, se voleva a tutti i costi che il peso del corpo di lei gravasse tutto su di lui. Ma lei non era mai stata sadica, non le era mai interessato sperimentare quel lato oscuro della sessualità. Ed al contempo si sentiva “vittima” di quel rapporto malato, dal quale forse non voleva, forse non riusciva a divincolarsi. Lo subiva, masochisticamente lo subiva. Lui continuò ad insistere per qualche mese, poi tutto cambiò, quasi ipercettibilmente, forse avrebbe detto qualcuno. Piano piano Gianni si allontanava da lei, con scuse spesso banali o poco credibili. All’inizio lei gli dava fiducia, non c’era motivo, diceva a se stessa, di non credergli. Un impegno di lavoro improvviso, un invito dai suoi all’ultimo minuto, pretesti piccoli e spesso credibili. Il più delle volte, però, poco giustificati. La frase più ricorrente era: “Ho un impegno”. Frase sibillina, subdola, infida, un impegno? Ma che impegno? Dirle chiaramente quale fosse, sarebbe stata la cosa più semplice. Come lei faceva con lui, le poche volte che accadeva, perché, in realtà, lei faceva in modo che lui la trovasse praticamente sempre libera o, se non lo era, cercava di liberarsi. Tutto il resto in secondo piano, tutto dopo il suo amore.
Qualche volta, quasi per gioco, per vedere la reazione di lui, provò ad essere lei a disdire un appuntamento, all’ultimo momento. La reazione di lui fu, a dir poco, furente. Le metteva il muso per giorni, continuava a cercarla ma la trattava malissimo. Poi passava tutto e al mattino presto lui la chiamava per “prenotare” la serata assieme. Tra alti e bassi la storia andò avanti per un po’. Sempre così, dominata da un’incertezza cocente, da dubbi mai fugati, ma la medesima passione sfrenata animava i sensi di Maura. Quella passione con la quale era pronta a ritessere le maglie un po’ sfilacciate di quella rete che la univa a lui, una trama ed un ordito intrecciati di sofferenza e piacere. A tratti la vicinanza di lui le sembrava irraggiungibile. I giorni passano in attesa di telefonate che arrivano sempre meno puntuali, sempre più distanti. Maura ormai si è isolata dal resto del mondo a parte il suo lavoro. Non frequenta più gli amici, ha lasciato Alessandro, non facendogli parola di Gianni ma dicendogli che ormai il loro rapporto si era esaurito. Trascorre le sue giornate a piangere, sempre in attesa di una telefonata che il più delle volte non arriva. Come accettare la provvisorietà e la precarietà di questo amore che aveva per lei il sapore di infinito?Un amore provvisorio è un non-amore. Un amore eterno, dunque, non può esistere? Ma un amore in cui uno dei due e non entrambi, insiste sulla sua eternità, forse contiene già in sé il germe della follia, fino a rendere chi lo prova folle, perché inerme, fragile, disperato, in balia dell’altro.
Incontro Maura la prima volta qualche mese fa, ha una impegnativa fatta dal medico di medicina generale con il quesito diagnostico di “disturbo depressivo”. Lei sorride quando glielo leggo :” Dottoressa, io non credo di essere depressa. Io sono semplicemente ancora molto innamorata. E’ un amore che ha saputo donarmi il paradiso ma anche trascinarmi fino all’inferno, quando Gianni è cambiato, ha iniziato a diventare scostante, a trovare mille scuse all’ultimo momento pur di non vedermi, a trattarmi male davanti agli altri o, forse anche peggio, ad ignorare completamente la mia presenza. Non ho mai avuto la certezza che lui mi tradisse, non me l’ha mai detto, non gliel’ho mai chiesto. Ma una volta che gli espressi dei dubbi sul suo comportamento e sulle mie incertezze nel nostro rapporto, lui mi disse che forse era colpa sua non era capace di rassicurarmi. La nostra storia è andata avanti ancora per qualche mese ma solo perché c’ero io a sostenerla per entrambi. Subivo rifiuti, elemosinavo briciole della sua presenza, come fossero per me doni di dolci sontuosi. Fino a quando lui iniziò a sparire anche per giorni interi. Come erano lontani i tempi quando le sue telefonate erano frequenti, addirittura invadenti. Lui mi chiamava senza ritegno, senza chiedere se potesse farlo. Anche quando ero in compagnia di Alessandro, fingendo si trattasse di un amico. E Alessandro sembrava non aver neppure intuito, oppure sì ma non mi chiedeva nulla. Forse per lui, come fu dopo anche per me, era meglio non sapere. Fino a quando non mi cercò più, definitivamente. Così, da un giorno all’altro, sparì. Mi preoccupai molto all’inizio, temevo gli fosse successo qualcosa. Era diventato irreperibile. Provavo a chiamarlo ed il telefono squillava a vuoto. Mesi e mesi, senza notizie. Lo davo già per morto, quando lo vidi, per caso, in una via che un tempo percorrevamo insieme, i passi sincronicamente affiancati. Lui era lontano da me, non si accorse della mia presenza. Decisi di seguirlo. Affascinata dall’averlo ritrovato. Il piacere cresceva dentro di me, un piacere misto a dolore. Ricordo ancora la data del suo compleanno. Era ieri l’altro. Chissà con chi ha brindato, chissà con quale donna avrà passato la notte. Chissà se qualcuna ha lasciato le sue impronte su di lui. Il corpo è attanagliato dal dolore, la mente desidera sapere. Tengo una distanza di sicurezza, non voglio che mi veda, non voglio che si accorga della mia presenza. Voglio vederlo senza essere vista. Lo vorrei di nuovo con me. Ma lui non ne vuole più sapere, è chiaro, ed allora l’unico modo è averlo così, riempirmi di lui, della scia che lascia il suo profumo, ma passare a lui inosservata, come forse lo sono sempre stata. E’ lancinante il dolore al petto. Come è potuto succedere che lui sia passato da un’attrazione che descriveva irresistibile alla più cupa indifferenza? Ma tal’è. Oggi lui non la vede, ma già da tempo, quando si illudeva che stessero assieme, probabilmente non la vedeva. Il dolore le provoca una sensazione di espansione del cuore, che avverte come frantumato, in mille pezzi, come se la gabbia toracica non potesse più contenerlo. Il respiro è affannoso, come se avesse salito le scale di corsa. E la mente è sconfitta dai ricordi, il cui peso intollerabile l’attanaglia. E’ finita, devo farmene una ragione, lui non mi ha vista, ma io mi sto coprendo di ridicolo verso me stessa, basta, devo andare via, allontanarmi da questo amore malato, da quest’uomo che ha saputo prima farmi conoscere il paradiso, per poi amputarmi l’anima. Farmi sentire un’unica cosa con lui nella dualità dell’amore. Non ho mai dubitato della sua sincerità e ad ogni nostro incontro mi perdevo in lui, misurando il mio valore attraverso la passione che mi offriva. Mi esaltavo quando lui mi esaltava, mi sentivo il nulla più assoluto, quando lui metteva in luce le mie fragilità Ecco: lui aveva fatto della mia fragilità la sua forza e più io mi fidavo, più ne uscivo sconfitta. La lotta era impari, io mi ero posta ad un gradino decisamente inferiore. All’inizio, lui sembrava avesse bisogno di me, perché, diceva, lo facevo sentire importante come nessuna, ma poi aveva preso a disprezzarmi, a denigrarmi, ad ingigantire i miei difetti, non potendo più di così accrescere i suoi pregi. Ed in questo gioco perverso di cui io ero ormai vittima consapevole, non capivo che anche quando sembrava che lui si perdesse dentro di me, l’unica cosa che io smarrivo era la mia ragione. Era assurdo ma anche allora lo sentivo ancora mio. Dovevo essere stupida, quest’uomo ha finto un innamoramento mai provato, recitava non so se per un perverso bisogno, oppure un sentimento vero, seppure effimero, l’aveva realmente provato. Ma ora ne sono cosciente, dottoressa, dolorosamente cosciente. Ho deciso di prenotare da lei, prenderò dei farmaci, se servirà, se occorrerà mi curerò, sono qui davanti a lei, farò qualsiasi cosa ma, la prego, mi aiuti, devo riprendere in mano la mia vita”. Durante il nostro primo incontro Maura mi confidò che la sua idea era inizialmente quella di chiedermi aiuto per sé, ma, mano a mano che procedeva nel racconto, le era venuto in mente che quelle sedute potessero essere utili anche per Gianni, per capirsi e capire di più. Mi chiese, perciò, se facevo anche terapia alle coppie. Certo che la facevo, ma inizialmente ero un po’ titubante, all’idea di seguire una coppia così singolare, di amanti. Perciò presi tempo, per confermarle, qualche giorno dopo che sì, era possibile. Ho saputo, poi, che Maura ha proposto a Gianni di venire con lei, ma lui, come un “perverso” da manuale non ha mai accettato neppure l’idea di avere bisogno di una terapia.

Commento al caso

Caso di “coppia” sicuramente complesso, il più complesso che mi sia capitato finora. Attualmente ho in terapia la “lei”: sarebbe stato singolare che fossi riuscita a seguire una coppia che era semplicemente formata da due persone e che non aveva i presupposti per diventare una coppia “vera” neppure in terapia.
Coppia intricata per le pluripatologie presenti: lui feticista, ma anche masochista e lei, in qualche modo vittima, perché era costretta ad assumere un comportamento sadico che non era il suo. Al contempo, non essendo appunto di “indole” sadica, si costringeva ad essere “auto-masochista”.

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