Lo Spazio in Filosofia

Come è possibile impostare l’idea di Spazio?

Nicola Abbagnano nel Dizionario di filosofia, alla voce Spazio, scrive che:
“La nozione di Spazio ha dato origine a tre problemi diversi o meglio a tre ordini di problemi:
1°quello circa la natura dello Spazio;
2° quello circa la realtà dello Spazio;
3° quello circa la struttura metrica dello Spazio”.
Il primo problema concerne il vero e proprio concetto di Spazio ed è il problema circa la natura dell’esteriorità in generale cioè di ciò che rende possibile il rapporto estrinseco tra gli oggetti. Einstein nella prefazione ad un libro storico sul concetto di Spazio (M. Jammer, Concepts of Space, 1954) ha distinto due fondamentali teorie dello Spazio, cioè:
a) come la qualità posizionale degli oggetti materiali nel mondo;
b) come contenente di tutti gli oggetti materiali, concetti ai quali Einstein ha aggiunti un terzo,
c) quello dello Spazio come campo.

Jammer sostiene che la teoria dello Spazio assoluto, alla base della meccanica
newtoniana, deriva dal confluire di due modelli fondamentali: l’emancipazione dello Spazio dal modello aristotelico sostanza- accidente e lo Spazio come attributo di Dio.

L’evoluzione del concetto di Spazio rappresenta indirettamente l’evoluzione del nostro modo di porci nei confronti della realtà, del nostro modo di comprenderla ed interpretarla e, di conseguenza, del nostro modo di pensare e di vivere nella realtà che comprendiamo.
Il concetto di Spazio è preceduto da quello più semplice di luogo inteso come una porzione della superficie terrestre con un nome specificato.
La cosa il cui luogo viene specificato è un oggetto materiale o corpo.
Una semplice analisi mostra che per luogo si può anche intendere un gruppo di oggetti materiali.
A questo punto ci si chiede naturalmente se il luogo abbia un significato indipendente dall’oggetto materiale. Se così non fosse il luogo sarebbe semplicemente un ordine di oggetti materiali e non avrebbe senso parlare di Spazio vuoto.
Einstein propone questo esempio: se in una scatola si mettono dei grani o dei chicchi di riso, la proprietà della scatola si associa alla scatola stessa, si tratta di una “possibilità di” o di“potenza”, come direbbe Aristotele.
Si può parlare, dunque, di spazio della scatola come proprietà della scatola ed il concetto di spazio assume la libertà dall’oggetto materiale tanto da assurgere a dimensione universale. Tutte le scatole hanno la stessa proprietà che può essere a sua volta estesa ad una scatola di dimensioni infinite. Si può così pensare ad uno spazio illimitato e assoluto.
Per la seconda teoria, lo spazio è contenente di tutti gli oggetti materiali, ed appare come una realtà che in un certo senso è superiore al mondo materiale. Tuttavia, entrambi i concetti di spazio (a e b) non sono altro che libere creazioni della mente umana, mezzi progettati per una più facile comprensione della nostra esperienza sensibile e lo spazio può essere inteso come spazio della percezione.
Le definizioni a e b attengono alla natura dello spazio rispettivamente dal punto di vista geometrico e dal punto di vista cinematico.
Successivamente il concetto di spazio fu arricchito da Galilei e Newton soprattutto in relazione al significato del principio classico di inerzia, terzo principio della dinamica.

Per Einstein già Democrito poteva aver intuito lo spazio come contenente degli oggetti materiali, diversamente da Aristotele che escluse lo spazio assoluto e indipendente.

Nel mondo greco la riflessione sullo spazio può essere considerata molto precoce visto che già i
Pitagorici l’avevano sollevata nell’ambito della spazialità numerica, mentre gli atomisti di Democrito e, successivamente, gli epicurei la associavano allo spazio vuoto, ovvero alla condizione di assenza di materia ove gli ατομοι potessero muoversi e combinarsi liberamente.
Anche gli eleati rifletterono sullo spazio ma su posizioni diametralmente opposte rispetto a quelle degli atomisti: in coerenza con l’insegnamento del loro maestro, Parmenide, essi vedevano
l’universo come un tutto continuo e di conseguenza limitato e chiuso, tale da portare alla negazione del vuoto, in quanto il vuoto coincide con il nulla e il nulla non può esistere.
La teoria eleatica, che incarnò appieno il sentimento di “horror vacui” degli Elleni, ebbe la meglio su quella corpuscolare- democritea, tanto da influenzare le successive riflessioni di Platone e di Aristotele che pure tentarono di risolvere le αποριαι parmenidee.
Platone sviluppa una teoria sullo spazio in uno dei suoi dialoghi più complessi, il Timeo. Egli introduce la nozione di spazio nel tentativo di spiegare il rapporto
tra mondo sensibile e mondo intelligibile rispetto alle due specie (δυο ειδη) che compongonol’universo quella di “ciò che è sempre ma che non ha un’origine” e quella di “ciò che diviene sempre ma non è mai”, ovvero “la prima posta come modello, intelligibile e immutabile” e “la seconda come riproduzione del modello, in divenire e visibile”.
Lo spazio è considerato una terza specie nuova per la quale Platone usa aggettivi come “difficile e confusa”; si tratta di una sorta di natura intermedia tra mondo reale e sensibile.
Lo spazio viene illustrato come “il ricettacolo e quasi la nutrice di ogni divenire”, per poi passare all’esposizione di una concezione della realtà che presuppone l’esistenza di una dialettica tra mondo intelligibile e mondo sensibile.
Lo spazio, pur essendo il genere in cui si diviene, pur avendo la possibilità di ricevere le cose, tuttavia non coincide con esse e le loro forme. Se, infatti, la matrice che accoglie la materia assumesse la forma di ciò che viene accolto, non potrebbe ricevere più nulla che non fosse quella stessa cosa, o comunque riprodurrebbe male la sembianza delle altre cose.
Lo spazio si limita a piegarsi in funzione delle forme conservando la possibilità di trascendere le forme stesse rimanendone estraneo: “infatti non perde nulla della propria potenza, anzi accoglie in sé tutte le cose, e non assume assolutamente nessuna forma simile a nessuna delle cose che entrano in lei; per natura è uno stampo di ogni cosa, modificato e conformato da ciò che vi entra, e, a causa loro, appare ora in un modo ora in un altro: le cose che entrano e quelle che escono sono imitazioni di quelle che sempre sono, e portano la loro impronta in un modo quasi indicibile e mirabile”.

Nella visione platonica lo spazio, pur trascendendo le singole dimensioni sensibili, esiste solo in relazione alla materia, in quanto esso esiste esclusivamente in qualità di “dove” fisico rispetto alla presenza materiale degli oggetti-imitazioni dei modelli perfetti. Il filosofo esprime la negazione della possibilità che lo spazio possa estendersi al di là dell’universo materiale, ovvero nega assolutamente l’esistenza del vuoto.
Aristotele, affrontando nel quarto libro della Fisica la nozione di movimento, incontra, oltre ai concetti di spazio e vuoto, anche quello di luogo: “è necessario che lo studioso di fisica faccia luce anche sul luogo, come sull’infinito: se esiste o no, e che cos’è”.
Come per Platone gli oggetti non sono del non essere ma sono in un dove, in un luogo.
Il luogo, dunque, esiste ed è una realtà chiara in relazione al movimento per spostamento dei corpi che si spostano reciprocamente e non possono contemporaneamente occupare un medesimo luogo già occupato (è necessaria una sostituzione, sempre e comunque, come l’aria sostituisce l’acqua che esce dal vaso).
Questa identificazione dei corpi con il luogo dimostra che il luogo esiste realmente
indipendentemente dagli oggetti e lo spazio è da considerare come il luogo in cui si muovono gli oggetti stessi. Aristotele, allora, parla di luogo naturale: secondo il filosofo, l’esperienza mostra che per ciascun corpo esiste un sito naturale.

La concezione realistica dello spazio come luogo non porta Aristotele alla concezione del luogo come realtà che prescinda dai corpi o all’identificazione del luogo con i corpi stessi. Aristotele definisce il luogo come limite del corpo.

Il principale riferimento per quanto concerne l’età moderna va alla riflessione di Cartesio, colui che pose la scissione tra il soggetto conoscente e l’oggetto conosciuto, tra pensiero ed essere, tra mente e corpo, tra res cogitans e res extensa, dove il soggetto pensante acquisisce un ruolo di
preponderante importanza nella determinazione del mondo fuori da sé.
Cartesio riflette il mutato atteggiamento culturale che si ebbe con l’affermazione della scienza moderna (tanto che egli arrivò a fondare il metodo matematico e l’algebra moderna) e nello stesso tempo manifesta nella sua riflessione un riferimento costante, autobiografico, alla sua personale esperienza vissuta.
La riflessione di Cartesio nasce da un grande dubbio metafisico, che porta il filosofo a domandarsi se la realtà davanti a sé non sia altro che il frutto di una mera illusione, se l’oggetto sia effettivamente tale o piuttosto qualcos’altro, se un demone maligno non stenda un velo di sogno e di illusione sul mondo che l’uomo crede di conoscere.
Il dubbio. tuttavia, porta all’affermazione di un’evidenza incontrovertibile: io non posso dubitare dell’esercizio del mio dubbio e, siccome il dubitare è un’attività del pensiero, non posso dubitare di pensare. Ma ciò che non esiste non può pensare e dunque io esisto (cogito ergo sum) ed esisto come
sostanza pensante, come res cogitans: so di esistere ma non so ancora nulla circa l’esistenza dei corpi che mi circondano.

Accertate, secondo le regole del metodo, l’esistenza e le determinazioni della sostanza pensante, resta da verificare o meno l’esistenza del mondo che sta di fronte a noi. Questo è reso possibile solo dopo essere giunti alla dimostrazione dell’esistenza di Dio, terzo termine ed unico garante dell’esistenza del mondo. Tutto ciò che non è res cogitans è res extensa, la realtà sempre piena ed estesa che si contrappone al soggetto pensante, e che da quest’ultimo è conosciuta.

Per Cartesio, anche quando si parla di vuoto, in realtà si parla di sostanza, poiché anche il vuoto sottende un’idea di pieno; infatti il vuoto potrebbe esistere solo se esistesse un luogo senza estensione, ma questo è impensabile perché non vi è luogo al mondo che possa essere separato dall’estensione e, a sua volta l’estensione non può essere pensata se non come proprietà di un corpo materiale: ne deriva che non c’è luogo che non sia “pieno” di sostanza e, quindi, che sia vuoto. Un esempio particolarmente efficace è quello del vaso vuoto: se Dio togliesse il contenuto del vaso i suoi confini si restringerebbero fino a toccarsi, poiché la distanza è una proprietà dell’estensione e come tale non potrebbe sussistere senza qualcosa di esteso.

Molto diversa da quella cartesiana è la visione di Leibniz che si impegna a definire lo spazio in contrapposizione al meccanicismo di Cartesio prima e di Newton poi, riportando al centro della questione la riflessione sulla sostanza. Leibniz sostiene che lo spazio non è una realtà per sé stante, una sostanza , un attributo divino, ma una mera relazione di disposizione e coesistenza fra i corpi. Per avere l’idea di luogo e quindi, successivamente, l’idea di spazio, è sufficiente considerare il rapporto e le regole del mutamento delle cose, senza bisogno di immaginare alcuna realtà assoluta all’infuori delle cose stesse di cui si considera la situazione.
Leibniz mette in evidenza l’aspetto relazionale del concetto di Spazio privandolo di qualsiasi giustificazione ontologica ed orientamento teologico.

Lo spazio è un ordine delle coesistenze, al pari del tempo che è un ordine delle successioni.

L’empirismo moderno di Hume e Hobbes difende, invece, la soggettività assoluta della dimensione psicologica dello spazio. Per Hobbes lo spazio è un’immagine soggettiva, “un fantasma di una cosa che esiste in quanto esiste”, come lo definisce nell’VIII capitolo del De corpore, mentre per Locke lo spazio è “un’idea derivata dall’esperienza sensibile, un’idea semplice dataci dalla percezione della distanza fra due oggetti o tra due punti di uno stesso oggetto”.
Hume afferma che sono i sensi a produrre l’impressione originaria da cui deriva l’idea di spazio e di tempo. Essa deriva “dalla disposizione degli oggetti visibili e tangibili. Per cui le idee di spazio e di Tempo non hanno un’esistenza separata e distinta ma sono semplicemente le idee della maniera e dell’ordine con cui esistono gli oggetti”.
La visione di Hume porta alla dissoluzione della dimensione ontologica e metafisica del concetto di spazio.

Il fondamentale contributo che Kant diede alla riflessione sul concetto di spazio richiede un’analisi più approfondita e perspicua intorno alla cosiddetta rivoluzione copernicana del pensiero. Il criticismo kantiano stabilisce la centralità del soggetto conoscente in ogni campo: in quello gnoseologico, in quello morale e in quello estetico.
La conoscenza, la morale e la bellezza sono possibili non tanto perché il mondo degli oggetti le ha in sé come proprietà intrinseche, ma perché esse si esprimono solo ed esclusivamente in funzione di un soggetto che ne fa esperienza: se una cosa è conoscibile o morale o bella, lo è solo in funzione del soggetto; questo non vuol dire che sia impossibile l’universalità del giudizio, poiché la mente umana è strutturata secondo parametri di sensibilità e di giudizio assolutamente
universali.
Lo spazio, per Kant, è uno di questi parametri tali da rendere universalmente comprensibile alla mente umana la complessità del reale. In un certo senso lo spazio non è più una proprietà del mondo e degli oggetti ma la lente attraverso cui noi leggiamo il mondo.
Nei Prolegomeni ad ogni metafisica futura, Kant si accinge ad accertare la dignità di scienze della matematica e della fisica (problemi più diffusamente affrontati nella Critica della Ragion pura).
“La matematica pura è possibile come conoscenza sintetica a priori solo in quanto non si riferisce ad altri oggetti che agli oggetti dei sensi ed in quanto l’intuizione empirica di questi è fondata a priori sopra un’intuizione pura (dello spazio e del tempo) la quale non è altro che la pura forma della sensibilità che preesiste alla reale apparizione degli oggetti anzi che sola la rende possibile”.
Per Kant la matematica pura deve necessariamente essere fondata su intuizioni pure, ovvero su rappresentazioni dell’oggetto quali si avrebbero dalla sua immediata presenza, ma che anticipano la reale impressione dell’oggetto stesso e che quindi si dicono a priori. La matematica pura si fonda su verità universali, assolute e necessarie, non su verità affidate esclusivamente alla mutevolezza delle impressioni empiriche. La matematica pura non avrebbe senso se non avesse come oggetto le cose del mondo.
Di queste cose, però, essa non conosce l’essenza, ma solo la loro rappresentazione, ovvero il fenomeno, in rapporto alla sensibilità dei nostri sensi.

Dunque lo spazio e il tempo si presentano come condizioni, come principi fondamentali della nostra percezione e della nostra comprensione del mondo e delle cose; essi precedono le cose in quanto esse possono essere intuite solo in un dato tempo e in un dato spazio, non altrimenti; quindi, senza queste universali costruzioni formali dello spirito conoscente, che sono lo spazio e il tempo, è
oltremodo impensabile l’intuizione empirica dei corpi.
Gli oggetti, di cui spazio e tempo sono intuizioni pure a priori, sono intuizioni sensibili, ovvero semplici fenomeni delle cose, laddove per fenomeni Kant intende le rappresentazioni delle cose che colpiscono i nostri sensi e non le loro proprietà intrinseche.
A questo proposito, Kant propone l’esempio della mano osservata allo specchio: la nostra mano e quella riflessa sono identiche in ogni loro parte, eppure l’una non può essere sostituita all’altra, il guanto dell’una non può essere indossato dall’altra, in quanto i loro rispettivi confini spaziali sono diversi.
La nostra mano e quella che vediamo riflessa allo specchio non sono intuizioni pure quali potrebbe avere l’intelletto puro ma solo rappresentazioni delle cose, ovvero intuizioni sensibili.
Allora, lo spazio è la forma dell’intuizione esterna in quanto determina il disporsi delle cose le une accanto alle altre, il tempo è la forma dell’intuizione interna, in quanto determina l’ordine intrinseco di successione degli oggetti.

Riferimenti bibliografici

N. ABBAGNANO, Dizionario di filosofia. Terza edizione aggiornata e ampliata da G.Fornero, Utet, Torino.
J. GREY, Ideas of Space, Oxford 1989.
M. JAMMER, Concepts of Space, 1954.
PLATONE, Timeo, 28a; tr. di G. Lozza, Oscar Mondadori, Milano 1994.
ARISTOTELE, Fisica, libro IV, 208 a; a cura di M. Zanatta, Utet, Torino 1999.
R.DESCARTES, Meditazioni metafisiche II, in Opere a cura di E. Garin, Laterza, Bari 1967.
G. W. LEIBNIZ, Epistolario Leibniz-CIarke (1715-1716), in Saggi filosofici e lettere.
T. HOBBES, De corpore, Bari Laterza..
J. LOCKE, Saggio sull’intelletto umano, cap. II, Bari Laterza, 1972.
D. HUME, Trattato sulla natura umana, Bari Laterza, 1971.
I. KANT, Prolegomeni ad ogni metafisica futura. Parte prima del problema trascendentale. Come è possibile la matematica pura?, a cura di P.Martinetti e M.Roncoroni, Rusconi Libri, Milano, 1995.

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