Aristotele e il ruolo del cuore nell’antichità

Aristotele si dedicò alla filosofia prima, la Metafisica, ossia a quella scienza che studia l’essere e le sue molteplici manifestazioni, le categorie.
Il filosofo distinse un punto di vista ontologico, secondo il quale le categorie equivalevano, ai modi fondamentali in cui la realtà si presentava, mentre, e un punto di vista logico, secondo il quale esse corrispondevano ai grandi predicati primi entro cui si collocavano tutti gli altri predicati possibili.
Tra tutte le categorie, prevaleva la sostanza, un ente individuale e autonomo, il τὸδε τὶ (tòde tì), ossia il questo qui.
Qualsiasi cosa poteva essere definita sostanza.
La sostanza era, poi, ciò a cui potevano essere riferite tutte le altre categorie, tanto è vero che il filosofo scrisse che: “Sostrato è ciò di cui sono predicate le altre cose, mentre esso stesso non
è mai predicato di altro; […] il primo sostrato suole essere identificato in primo luogo con la materia, in secondo luogo con la forma e in terzo luogo col composto di entrambe” (Aristotele 2000, Z, 3).
Forma e materia, inoltre, erano considerate due entità
indissolubilmente unite nel sinolo, composto da un elemento attivo che era da individuarsi nella forma che strutturava la materia, e un’ulteriore entità sostanziale, la materia, che poteva comunque essere definita tale anche se solo da un punto di vista empirico e non da un punto di vista speculativo, come accadeva, invece, per la forma.
Nello specifico, anche l’individuo concreto, essendo un tòde tì, era, secondo Aristotele, sostanza e, in quanto tale, sinolo, ossia frutto dell’unione tra materia (ciò di cui è fatta una cosa, il materiale ricettivo che la compone) e forma (le qualità specifiche della cosa, la struttura che rende la cosa ciò che è). Detto in altri termini, lo Stagirita riteneva che l’uomo fosse materia
avendo un corpo, ma al contempo, fosse forma, essendo un animale razionale con un’essenza, l’anima, che lo rende ciò che è. Aristotele scrive nel De Anima: “Il corpo non sarà
l’anima perché il corpo non rientra negli attributi di un soggetto, ma è piuttosto sostrato e cioè materia. È dunque necessario che l’anima sia sostanza, in quanto forma del corpo naturale che ha la vita in potenza” (Aristotele 2007, De Anima B, 1).
Se esistono molteplici forme viventi, ne esistono anche di non viventi, come le pietre, e che, quindi, a differenza di ogni altro corpo organico sono destinate a non sviluppare mai la loro vitalità e a restare entità senza anima. Solo gli esseri viventi hanno un’anima che, tuttavia, dipende inevitabilmente dal
corpo poiché, come si è visto, l’anima (la forma) non potrà mai esistere disgiunta dal corpo (la materia) né vivere indipendentemente da esso. La forma del corpo, allora, pur essendo in qualche modo imprigionata nel corpo, come credeva Platone, è al contempo ciò che porta alla realizzazione finale della capacità che è propria del corpo.
L’anima è il principio motore e produttivo del vivente,
“è la causa prima in virtù della quale noi viviamo, pensiamo e percepiamo” (Aristotele 2007, De Anima B, 1-2) e svolge, nel rapporto col corpo, un ruolo fondamentale essendo oltre che forma anche sostanza.
Anche in Egitto il cuore era il solo organo ad avere il privilegio di continuare a vivere col corpo e con l’anima del defunto, dopo la morte, essendo il peso del cuore posto sulla bilancia di Osiride ( psicostasia), determinante per il destino ultraterreno del defunto.

Aristotele provò d unificare tra loro le diverse funzioni e attività psicofisiche dell’anima riconducendole a un unico referente, il cuore, al quale tutte le altre parti del corpo dovevano essere rivolte e in cui, a suo parere, risiedeva il centro dell’origine della vita (Aristotele 2007, De juventute et senectute, 3, 469a-410). Aristotele, mappando i luoghi dell’anima nel corpo
vivente e identificando nel cuore l’organo di senso unificato, gettò solide fondamenta per il cardiocentrismo, mentre prima di lui, vi era stato chi aveva dichiarato che il centro della vita psichica era da collocarsi nel cervello (encefalocentrismo). Ad esempio, Alcmeone (VI secolo a. C.), Platone (428-347 a.C.) e Ippocrate (460- 370 a.C.)
Galeno (130-201 a. C.), poi, pur respingendo
il cardiocentrismo aristotelico, rafforzò le idee tradizionali che vedevano collocata nel cuore la fonte del calore innato del corpo e in esso l’unico organo realmente correlato all’anima.

Nei secoli successivi le autorità mediche e religiose considerarono i lavori di Galeno ispirati direttamente da Dio arrivando a ritenerli esenti da ogni possibile critica. A questo è conseguito che le idee galeniche rimasero preponderanti fino alla metà del XVII secolo, anche perchè la conoscenza dell’anatomia e della fisiologia del cuore rimase vaga anche a causa del fatto che la dissezione umana fu proibita per lunghi anni.

Il cuore continuò a essere pensato come la sede di tutte le emozioni anche a causa di quel movimento involontario che ogni
uomo ha da sempre constato in se stesso, sperimentando che rabbia, dolore e gioia hanno ripercussioni immediate sul battito cardiaco.

E, nonostante siano passati secoli, ancora oggi viene difficile pensare al cuore come una semplice pompa del sangue. Si utilizzano espressioni come “essere senza cuore”, “avere
il cuore spezzato” o “avere un cuore di pietra”.
Nel culto religioso S.Agostino e Santa Caterina da Siena, tra gli altri, sono raffigurati con il cuore in mano.

Per secoli, inoltre, popolazioni differenti per cultura e credenze religiose, hanno condiviso il pensiero che il cuore fosse da considerarsi dimora del coraggio, della generosità, dell’amore.

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