Jacques Lacan e la teoria dello specchio

Jacques Lacan (1901-1981), psicoanalista, psichiatra e filosofo francese rilegge il “messaggio” di Freud per fare ritorno al suo insegnamento originario. E per questo si serve di molti saperi diversi: l’arte, la letteratura, la topologia, la filosofia e la linguistica. Le tematiche psicanalitiche trattate dall’autore, mettendo in primo piano la nozione di inconscio, procedono verso l’abbandono della centralità del soggetto come chiave d’interpretazione del modo d’essere dell’uomo e della sua storia. Le sue tesi, elaborate soprattutto nel corso dei seminari del mercoledì tenuti a partire dal 1953 nell’ospedale di Sainte Anne, sono raccolte negli “Scritti” (1966), di assai difficile lettura e comprensione. Secondo Lacan l’insegnamento di Freud è stato travisato negli sviluppi successivi della psicoanalisi. La rivoluzione freudiana, infatti, è consistita nel detronizzare l’Io, riconoscendo nell’ inconscio la vera voce dell’individuo: chi parla nell’individuo non è l’Io, ma l’inconscio.

Freud aveva sostenuto soprattutto nell’ “Interpretazione dei sogni”, che l’inconscio è “strutturato come un linguaggio“, è “desiderio che diviene linguaggio” e, quindi, per l’analisi dell’inconscio è fondamentale la decifrazione di tale linguaggio. Lacan riprende da Saussure la concezione secondo cui la lingua e i segni sono autonomi rispetto alle prestazioni linguistiche individuali: il linguaggio dell’inconscio è il discorso dell’Altro rispetto al soggetto conscio. Alle due modalità della condensazione e dello spostamento, citate da Freud nell’analisi dei sogni, corrispondono la metafora e la metonimia, che secondo Jakobson sono gli assi portanti di ogni lingua: la metafora è la condensazione in una singola parola o immagine, mentre la metonimia, ossia il denominare una cosa con il nome di un’altra, con la quale essa è in relazione di dipendenza o di continuità, è analoga allo spostamento, cioè alla sostituzione di un’idea o immagine con altre associate ad essa. In questo senso l‘analisi e la terapia psicoanalitica non devono mirare a potenziare l’Io, cioè la dimensione conscia, ma consentire l’accesso alla verità dell’inconscio, che, in quanto tale, è anonima, non è oggetto di un sapere posseduto dall’Io; anzi, il sapere, in quanto dominio di un oggetto, si oppone, secondo Lacan, alla verità. Solo la psicoanalisi, tramite una “riduzione” dell’Io, può lasciare che la verità parli, anche se mai nella sua interezza.

Il soggetto o Io, secondo Lacan, non è il dato originario della vita psichica dell’individuo, ma è il risultato di una costruzione.

La prima tappa di questa costruzione avviene attraverso lo “stadio dello specchio”, in cui tra i sei e i diciotto mesi, il bambino arriva a riconoscere la propria immagine riflessa nello specchio e elabora un primo abbozzo dell’Io, ma all’interno dell’immaginario, ovvero entro una relazione duale di confusività tra sé e l’altro. Tale identificazione è primaria, ed avviene con la madre.

Nei primi mesi di vita, infatti, il bambino dipende in tutto e per tutto dall’altro ed è in balìa del caos che attraversa il suo corpo: è un corpo in frammenti.
Il bambino, di fronte ad uno specchio, le prime volte reagisce come se l’immagine riflessa fosse una realtà che si può afferrare, poi si rende conto che è una immagine e capisce che quella è la sua immagine, diversa da quella dell’adulto che lo tiene in braccio.
E’ lo sguardo dell’altro, cioè della madre, che dà al bambino il riconoscimento della propria immagine unificata e autonoma . Questa richiesta dello sguardo altrui per definire la propria identità, inizia proprio nel momento in cui la madre conferma che quello che si vede accanto a lei è
proprio lui, il bambino.
Gradualmente,
così, il bambino arriva a riconoscere la propria immagine riflessa e elabora un primo abbozzo dell’io.
L’immagine riflessa fornisce una forma fissa stabile, che anticipa il relativo autocontrollo e
quella stabilità che il bambino raggiungerà solo successivamente.
L’immagine di sé passa, quindi, necessariamente, tramite il linguaggio e lo sguardo dell’altro. E’ di fondamenentale importanza, com’è evidente, che la madre rifletta un’immagine coesa di sé, per il bambino impari a riconoscersi in una figura unitaria.
Se a diciotto mesi la fase dello specchio, come una fase di sviluppo, giunge al termine, il rapporto tra il soggetto e la sua l’immagine rimane una forza che agirà sempre nella vita psichica del soggetto; saremo sempre, in un certo senso, “qualcun altro” in quanto la nostra immagine viene percepita come separata da noi.
Chi
rimane bloccato in questa fase, o non riesce ad accedere pienamente alle fasi successive, o le vive ma in modo incompleto, rimanendo in qualche modo “intrappolato” nella immagine illusoria riflessa, quella in cui il bambino è un tutt’uno con la madre.
La fase dello specchio termina quando la figura paterna “irrompe” nella relazione fusionale madre-bambino, consentendo la risoluzione dell’edipo e l’acquisizione di una identità sessuale. Tra la specularità dei desideri della madre e quelli del bambino si interpone, infatti, il padre, che rappresenta “la figura della legge“: la sua parola produce la rimozione del desiderio della madre. Con l’accesso all’ordine simbolico si accede, assieme, alla società e alla cultura, necessarie al sorgere della soggettività.

Il simbolico è il luogo dell’inconscio, dove sono depositati i simboli linguistici e sociali, privi di significazione, finchè non s’incarnano in un individuo. E’ il soggetto a conferire significato a questi simboli, accentrandosi attorno al Me, ossia facendo perno sull’immagine di sé, che estrania l’Io in un’alterità idealizzata e conferisce al mondo un carattere antropomorfico.

L’inconscio, di per sé, non ha un centro e quindi anche l’uomo è eccentrico e perde la propria unità nel momento in cui si riconosce nell’alterità della sua immagine esteriore. Lacan ritiene che sia impossibile la ricomposizione dell’Io col Me: tra essi si collocherebbe l’immaginario della pulsione di morte.

Allo stesso modo resta inattingibile il reale in sé, perché in mezzo c’è sempre il simbolico: il divieto paterno, spostando la pienezza del legame con la madre, ha fatto sì che si desidera ciò che non si ha. Il reale, allora, diventa lo scopo irraggiungibile, che perpetua eternamente il desiderio.

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