Le dinamiche del Bello: riflessioni in Filosofia

Cosa è il Bello? Il Bello è una qualità e come tale percepibile con i sensi, soprattutto la vista e l’udito.

La bellezza in sé suscita in noi sensazioni piacevoli che possiamo attribuire, di volta in volta, a concetti, oggetti, animali o persone che destino in noi una sensazione di ammirazione, stupore o meraviglia.

Parliamo di bellezza quando qualcosa ci procura piacere per quello che è, indipendentemente dal fatto che lo possediamo. E’ bello qualcosa che rimane tale anche se non ci appartiene.

Nulla è più bello che rimanere con gli occhi spalancati dinnanzi ad un tramonto, ad un paesaggio della natura, perdersi nell’ immensità che appartiene a chiunque e che non sarà mai solo nostra.

Anche lì e non solo nelle varie forme artistiche, risiede il Bello.
E’ un’emozione che gli anglosassoni chiamano “awe” (
www.wordreference.com), e che in italiano non ha un termine esattamente corrispondente, è lo sbigottimento che lascia senza parole, va oltre la soglia della meraviglia, è uno stato d’animo sospeso fra il timore reverenziale e l’estasi.
Si vive in una dimensione atemporale, ci si sente immersi in uno spazio infinito, in cui i confini tra il sé e l’altro diventano labili ed indistinguibili. Questo accade allorquando ci si sente minuscoli di fronte alla vastità del mondo, una piccola parte dell’universo, o grandiosamente impotenti di fronte alla Vita.

Vedere un bel quadro o ascoltare una bella musica riconduce ad una esperienza che possiamo definire “estetica”, termine che deriva dal greco “aísthesis” (https://en.wiktionary.org), che significa “sensazione”, “percezione”.

Tale sensazione si sviluppa spontaneamente, ci riporta ad un contenuto emozionale positivo, e questo accade perché, consciamente o inconsciamente, effettuiamo un paragone con un canone di riferimento che abbiamo dentro di noi e che può essere innato od acquisito.

Dunque il Bello abita fuori di noi, ma alberga anche dentro noi, altrimenti non sapremmo riconoscerlo. Deve esserci una “corrispondenza” tra l’interno e l’esterno, una sorta di specchio, in cui il bello esterno deve riflettersi. Ed è per questo che non si può parlare di un bello in senso assoluto, se non siamo noi, con le nostre emozioni, predisposti a riconoscerlo.

Alexander Baumgarten (1714-1762) (www.treccani.it), sostiene che la bellezza è un sentimento del soggetto che vede, ascolta, “sente” le cose, e dunque riguarda il sentimento dell’io.

Se stiamo vivendo un momento particolarmente felice, ci verrà più facile riconoscere ed apprezzare il Bello, ma un nostro stato d’animo denso di negatività difficilmente ci potrà far apprezzare una bellezza, per quanto intensa essa sia.

L’ “esperienza estetica”, dunque, coinvolge principalmente i nostri sensi, procurandoci emozioni, fonte per noi di piacere e portandoci ad esprimere un giudizio rispetto a ciò che ha determinato in noi quella emozione.

Per gli antichi Greci il significato di “Bello”, invece, era molto più ampio.

L’‘espressione Kalokagathìa (in greco anticoκαλοκαγαθία) (www.treccani.it), indicava nella cultura greca del V secolo a.C. l’ideale di perfezione fisica e morale dell’uomo.

Il termine origina dalla sostantivizzazione di due aggettivi: καλός κἀγαθός, (kalòs kagathòs), crasi di καλός καὶ ἀγαθός, (kalòs kai agathòs), cioè “bello e buono” inteso come “valoroso in guerra” e come “in possesso di tutte le virtù”, “splendore del Bene e del Vero”. Insomma, un dono divino.

In particolare, il termine καλός per i Greci si riferisce non solo a ciò che è “bello” per il suo aspetto sensibile, ma anche a quella bellezza che è connessa al comportamento morale “buono” (ἀγαθός).

Dunque, non semplicemente ciò che è gradevole alla vista e all’udito, cioè non attribuibile solo alla sfera della sensibilità, ma anche ad altri ambiti, estendendosi, oltre che allo sviluppo organico delle funzioni e delle forme del corpo ed al rapporto tra corpo e anima, alla cosmologia, ad ambiti socio-politici, etici, gnoseologici e religiosi.

Per i Greci, il Bello esprime armonia, tò kalón è una proprietà della natura, e se un oggetto artistico è bello lo è proprio perché imita la natura in un modo così perfetto da fare in modo che esso perda ogni carattere di artificialità.

La bellezza è nell’Universo e ci permette di coglierne l’origine: non è un semplice aspetto delle cose che ci circondano, ma la manifestazione della struttura e dell’equilibrio che fanno del mondo un tutto ordinato, ovvero un cosmo (kósmos è ordine).

Proprio perché armonico, il Bello viene riferito dai Greci anche a ciò che conferisce ordine alla società umana, ossia alle leggi e alle istituzioni di una città.

E, come armonia, la bellezza esprime, inoltre, la dimensione morale di un uomo: tutto ciò che seduce, attrae e suscita la nostra ammirazione per il suo splendore, tutto ciò che è bello è anche meritevole e degno della più alta stima, cioè esprime una virtù ovvero quella qualità che permette a un uomo di eccellere.

Bello per i Greci è un guerriero, un atleta, ma la bellezza umana sta anche nella padronanza di sé e quindi “bello” esprime anche la capacità di un uomo di essere moderato ed equilibrato, e cioè temperante, saggio.

Se il Bello è armonia, il sapere geometrico – matematico, che consente di cogliere l’ordine e la perfezione dell’universo, ha per i Greci la caratteristica della bellezza, dunque anche una valenza gnoseologica.

Il Bello, laddove appare, manifesta il Vero. Dove c’è perfetta bellezza, non può, infatti esserci né male né inganno. Anche la dimensione religiosa è compresa nel dominio della bellezza, che per il suo carattere irresistibile, è intesa come accadimento divino.

Il pensiero filosofico eredita dal mito e dalla letteratura le diverse accezioni della bellezza, facendone oggetto della propria riflessione.

I Pitagorici (VI-V sec. a.C.), espressero la teoria della bellezza come armonia: l’essenza dell’universo è costituita dal numero, che conferisce armonia ai suoni, ai colori, alle forma ed ai movimenti.

Il concetto di Armonia è espresso nel pensiero di Eraclito (550-480 circa a. C.) come armonia degli opposti, l’unità e la molteplicità, l’amore e l’odio, la pace e la guerra, la calma e il moto, sempre in lotta tra loro e, per questo, inscindibilmente uniti.

Empedocle (V sec. a. C.), che fu anche medico, individuò il principio del cosmo nell’Amore, la forza ordinata che si contrappone all’elemento caotico rappresentato dall’ Odio.

Secondo Gorgia (V secolo a.C.), sofista, le parole quando sono belle, lo sono perché incantano e seducono, come nell’Encomio di Elena ( www.treccani.it)

Platone (Atene, 428 o 427 a. C. – ivi 348 o 347) (www.treccani.it), si discosta notevolmente dall’estetica edonistica dei sofisti: da un lato, viene proposta una concezione oggettiva del Bello, dall’altro viene ripresa l’idea pitagorica della bellezza come armonia fondata sulla proporzione. Per Platone la bellezza è anche splendore (lo si intuisce soprattutto nel Fedro). Il Bello ha un’esistenza autonoma, distinta dal supporto fisico, cioè non è vincolata ad un oggetto sensibile piuttosto che ad un altro oggetto, ma risplende ovunque.

I Sofisti sostenevano che qualcosa è bello perché procura piacere, Platone, invece, afferma che una cosa ci piace perché è bella.

Il concetto di Bello di Platone riconduce alla Teoria delle Idee, nucleo centrale del suo pensiero.

Le idee non sono un semplice contenuto mentale, ma una vera e propria realtà che esiste al di là delle molteplici apparenze sensibili e che tuttavia si manifesta in esse. Se le cose giuste sono tali in virtù dell’idea di Giustizia, le cose belle sono tali in virtù dell’idea del Bello. La bellezza perfetta, secondo il mito platonico, si trova nel mondo delle idee, nell’ Iperuranio, che sovrasta il mondo terreno e lo stesso cielo.

L’anima, immortale, prima di precipitare nel corpo, ha vissuto nel mondo delle idee, contemplandone la bellezza e la perfezione. La visione delle cose belle ridesta i ricordi della realtà sovrasensibile, stimolando la tensione verso l’ideale.

La bellezza è l’unica tra le idee eterne ad essere immediatamente alla portata del nostro senso primario, la vista.

Attraverso la bellezza “sensibile”, l’anima fa esperienza del mondo ideale e il Bello risveglia in il desiderio di farvi ritorno.

Secondo Aristotele (384 – 322 a. C.) ( www.treccani.it), il Bello risiede nel fine (télos), che consiste nel raggiungere la perfezione, realizzando compiutamente la “forma”. La forma è per ogni cosa l’attuazione completa del suo essere, ciò per cui essa è quello che è ed il Bello, inteso come realizzazione di una forma, procura piacere e conoscenza e, in quanto tale, ha raggiunto la sua perfezione.

Aristotele puntualizza le proprietà in base alle quali una cosa è definibile come bella, l’ordine (táxis), cioè l’appropriata disposizione delle parti di un oggetto e la misura (méghethos), cioè l’adeguata grandezza di un oggetto.

Se un oggetto è bello, lo è in virtù delle proporzioni delle parti. Questo consente ai nostri sensi di percepirlo nel suo insieme e per procurarci diletto deve essere adeguato alla capacità dei sensi di percepirlo con la vista, ad esempio, e questo è l’ horisménon.

Per Aristotele il Bello risiede nella meraviglia, causa del filosofare, stupirsi, lasciarsi sorprendere, rimanere in ascolto.

Con la Poetica di Aristotele con il concetto di poesia (e arte in genere) viene dato spazio alla “mimèsi” (imitazione) o “verosimiglianza”
“ Compito del poeta non è descrivere cose accadute ma come esse potrebbero accadere: cioè cose che siano possibili secondo verosimiglianza o necessità…” “…è credibile (poetico) ciò che è possibile”… (
www.sapere.it ) .

Mentre la commedia è mimesi di soggetti che, messi in ridicolo, suscitano il riso e uno stato d’animo sereno e “disposto al bene”, cioè una specie di “catarsi” comica, la tragedia, mediante casi che suscitano pietà e trepidazione, produce la catarsi di queste passioni. 

Anche la scultura, tra le altre arti, non idealizza un corpo astratto, ma ricerca piuttosto un Bello ideale operando una sintesi di corpi vivi, nella quale si esprime una bellezza psicofisica che armonizza l’anima e il corpo, ovvero la bellezza delle forme e la bontà dell’animo, la Kalokagathía già menzionata, come si ammira nelle sculture di Prassitele.

Secoli sono passati e “tanta acqua sotto i ponti”, ma facendo un volo pindarico ai nostri giorni, si ha sempre più la sensazione che non solo siano mutati gli stili di rappresentazione del Bello, ma che in esso non risieda più il gusto, l’armonia, la grazia, anzi, estremizzando, che quanto più esso sia disarmonico, provocatorio, tanto più sia diventato apprezzabile.

E, al di là del piacere che pure la disarmonia può procurare, oggi si ha sempre più la sensazione di aver fatto l’abitudine a tutto, che nulla più ci faccia rimanere con gli occhi sbarrati di stupore. Abbiamo perso, e dovremmo cercare di recuperare, la capacità che hanno i bambini di lasciarsi sorprendere da tutto quello che non conoscono, che immediatamente percepiscono nella bellezza e che vedono per la prima volta. Dovremmo cercare di reimparare a godere delle piccole, ma immense cose che ci circondano o che ci capitano nella vita, perché è lì il senso della nostra vita. Il cielo stellato sopra di noi di kantiana memoria e le persone che amiamo sono vicini: non dimentichiamoci di fermarci a guardarli.

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