Il Suicidio e l’autopsia psicologica.

Nessuno si uccide senza prima aver pensato
o desiderato di uccidere un altro ( S. Freud)

Leggere che qualcuno si è tolto la vita ci colpisce sempre, anche se si tratta di uno sconosciuto, e non solo perché ci ricorda la presenza inquietante della morte ma perché sembra suggerirci che, per quanto temuta, la morte può anche essere scelta.
Ogni suicidio è l’esito di un conflitto psicologico interno alla persona fra le leggi del mondo, gli obblighi, i doveri, le frustrazioni e le leggi interiori, i desideri, gli obiettivi e le aspettative: conflitto che non ha trovato un equilibrio, un compromesso.
Le possibili chiavi di lettura con cui si può interpretare il gesto del suicidio sono, fondamentalmente
– sociologica: lega il gesto alle dinamiche e alle relazioni vissute nel gruppo sociale, per cui ci si può domandare come ha agito il gruppo di riferimento, se isolando, respingendo o altro;
– psicologica: vede il gesto come effetto dell’aggressività rivolta contro se stessi, ci si interroga su come hanno agito i fattori individuali;
– psichiatrica: considera il gesto come il sintomo psicopatologico di un quadro psichiatrico, per cui è necessario valutare come hanno agito i fattori psicopatologici per precipitare il quadro fino al suicidio.
Sulle dinamiche sociali e psicologiche di malessere, normalmente e cronicamente vissute dalla persona, si innesta un fattore nuovo, precipitante (uno stress, una frustrazione, una delusione affettiva, …) che innesca la crisi personale ed obbliga alla ricerca di una possibile via d’uscita. Il suicidio è messo in atto perché in quel momento per la persona rappresenta l’unica via d’uscita.
Quando qualcuno mette fine alla propria vita non è solo un problema individuale, ma è un problema sociale ed in qualche modo riguarda tutti. Ma anche quando ci affanniamo alla ricerca delle possibili cause, dobbiamo tenere sempre a mente che ogni atto suicida è unico, ha radici complesse e non generalizzabili. In ogni caso possiamo affermare che la tendenza al suicidio è tipicamente umana, è presente in tutte le culture ed in tutte le epoche. L’etologia ci conferma che, nel mondo animale, l’intenzionalità suicidaria è inesistente.
Al criminologo, soprattutto nei casi di morte dubbia, viene in aiuto l’autopsia psicologica, che è nata per coadiuvare gli investigatori nell’individuazione delle cause di morte.
In cosa consiste? Si tratta di una ricostruzione retrospettiva della vita di una persona, che possa individuare aspetti che ne rivelino le intenzioni rispetto alla propria morte, fornire indizi sul tipo di decesso, sul livello di partecipazione alle dinamiche del decesso e spiegare i motivi per cui la morte è avvenuta in quel particolare momento. Secondo un primo modello metodologico, si cercava di individuare le cause alla base del suicidio e quantificare, se possibile, il rischio che lo facesse; se, ancora, il suicidio non fosse in realtà un omicidio o una morte per cause accidentali o naturali.
Per condurre questa metodologia venivano eseguite delle interviste con i membri della famiglia nei primi quattro mesi dopo la morte, venivano effettuati dei colloqui con gli operatori socio sanitari che avevano avuto contatti con il defunto, venivano effettuati colloqui con amici e conoscenti, veniva studiato il fascicolo medico- psicologico e, laddove vi fosse, quello giudiziario, veniva studiata la documentazione scritta attribuibile alla persona defunta. Quindi, si vede, la metodologia di indagine era piuttosto vasta, ma mancavano, in realtà, delle procedure standardizzate e standardizzabili. Secondo un modello più recente, detto “integrato”, nato a Cuba a seguito di uno studio effettuato su 140 suicidi, si pone attenzione ad eventuali antecedenti patologici personali e familiari, abitudini “tossiche” del soggetto, se egli era in carico ad un servizio psichiatrico, quali potevano essere le aree di conflitto ed il suo modello di vita. Il fenomeno suicidio, di per sé, è molto più frequente negli uomini che nelle donne, o, meglio, le donne percentualmente lo tentano di più, ma gli uomini mettono in opera tentativi che più facilmente portano al termine della vita. Nei giovani prevalgono gesti impulsivi e l’assenza di realistiche aspirazioni di vita. Negli anziani prevalgono la sensazione di abbandono e la solitudine, che portano alla disperazione, negli adulti la perdita del lavoro, la presenza, in anamnesi, di patologie psichiatriche minori, l’abuso di alcol e di psicofarmaci, il consumo di sostanze psicoattive, difficoltà nelle relazioni interpersonali. Appare comunque molto importante indagare ( e non sottovalutare), se esistono precedenti suicidi o tentati suicidi anche nei familiari del suicida.

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