L’Alzheimer ed i suoi sogni

Difficile argomento questo e per più di una motivazione. Anzitutto viene spontaneo chiedersi se chi è affetto da malattia di Alzheimer sogni, o meglio, come possa mettere in moto ( riferendoci ovviamente alle fasi iniziali della malattia) il meccanismo della condensazione del sogno, perchè sappiamo che noi “ricordiamo” ciò che abbiamo sognato: il racconto di un sogno rappresenta, appunto, il risultato di questa condensazione. Perchè il malato di Alzheimer non dovrebbe sognare? Mi sono fatta proprio oggi questa domanda, ripensando agli anziani che di notte, anche durante un sonno apparentemente non disturbato, ad un certo punto, possono urlare. Si tratterebbe di sogni che terrorizzano? Potrebbero essere fenomeni allucinatori in uno stato di dormiveglia? Per quanto abbia cercato in letteratura, non sono presenti molti studi che dimostrino la correlazione tra sogni e malattia di Alzheimer. Uno studio interessante è quello condotto a Milano, presso il Centro di Medicina del sonno del San Raffaele.
Secondo i ricercatori i sogni di un malato di Alzheimer , ma anche quelli di una “vittima” del morbo di Parkinson , non sono uguali a quelli delle persone sane, ma presentano delle caratteristiche peculiari,  risultato della lenta e progressiva perdita delle capacità cerebrali. Chi è colpito da una patologia neurodegenerativa, presenta una attività cerebrale, per certi versi, analoga a quella di un bambino. Gli studiosi hanno potuto constatare che il sogno realizzato da un individuo affetto da una forma di demenza senile, è spesso molto simile a quello elaborato da un soggetto giovanissimo. Il sonno del bambino è spesso popolato da sogni in cui compaiono animali, veri o fantastici. Analogie sarebbero state riscontrate nei malati di Alzheimer o di Parkinson. Inoltre, un bimbo difficilmente fa sogni di natura sessuale e questo accade anche nel malato di demenza senile. In realtà, per quanto concerne il Parkinson, sappiamo che la terapia d’elezione è la L-Dopa e molti studi, seppur condotti con criteri non univoci, hanno rilevato un aumento dell’interesse sessuale in una percentuale variabile dall’1 al 50% dei pazienti trattati con levodopa.

Yahr MD e Duvoisin RC.(1972) (Drug therapy of parkinsonism. N Engl J Med. 1972 Jul 6;287(1):20-4) hanno descritto una ripresa dell’attività sessuale nell’8% dei pazienti trattati con levodopa, da loro attribuita al miglioramento della funzione motoria.

In 0.9% dei pazienti sotto Levodopa si registra, addirittura, un comportamento ipersessuale come aspetto ipomaniacale (Goodwin FK, Murphy DL, Brodie HK, Bunney WE Jr. Levodopa: alterations in behavior. Clin Pharmacol Ther. 1971 Mar-Apr;12(2):383-96). Ma questo non si rifletterebbe nei sogni?In generale, comunque, i sogni di persone affette da patologie neurodegenerative denotano un livello di aggressività più elevato della norma. si tratta, inoltre, di sogni sono molto vividi e spesso i malati si agitano nel sonno, parlano e scalciano. In chi non ha problemi di natura neurodegenerativa, durante il sonno, i muscoli sono rilassati e le uniche parti del corpo in movimento sono gli occhi nella fase Rem (Rapid Eye Moviments). Eccessivi depositi di beta-amiloide sono i sospettati principali della patologia del morbo di Alzheimer: una forma molto aggressiva di demenza causata dalla progressiva morte delle cellule cerebrali. Essa rappresenta  una delle malattie debilitanti in continuo aumento, e fonte di grande preoccupazione per la salute pubblica a livello mondiale. Il deposito della beta-amiloide, dunque, può portare ad un circolo vizioso in cui il sonno viene ad essere ulteriormente disturbato, aumentando progressivamente i problemi di memoria.
D’altro canto, uno studio condotto dall’Università di Berkley da parte del prof. Walker, ha dimostrato che il sonno può combattere l’Alzheimer e che la carenza di sonno, in particolar modo un deficit di quello profondo, potrebbe rappresentare un canale preferenziale attraverso il quale la proteina beta-amiloide potrebbe scatenare la malattia di Alzheimer che mina soprattutto la memoria a lungo termine del cervello.

La notizia che, però, un pò conforta, è  che la carenza di sonno è potenzialmente curabile e può essere migliorata attraverso l’esercizio, la terapia comportamentale e anche la stimolazione elettrica che amplifica le onde cerebrali durante il sonno: una tecnologia che è stata utilizzata con successo nei giovani adulti per aumentare la loro memoria durante la notte.
 “Questa scoperta offre una nuova speranza contro la malattia“, sostiene  Walker, Il sonno potrebbe essere un nuovo strumento terapeutico per la lotta contro disturbi della memoria in adulti più anziani o per quelli con demenza“. La qualità del sonno, d’altro canto, potrebbe essere una avvisaglia precoce della malattia.I dati di uno studio condotto,  tramite una  mappatura cerebrale e altri strumenti di diagnostica, su 26 anziani ai quali non era stata diagnosticata una demenza, suggeriscono che ci sia un nesso di causalità“, spiega uno degli autori Bryce Mander, ricercatore presso lo Sleep and Neuroimaging Laboratory . “Se riusciremo ad intervenire per migliorare la qualità del sonno, forse potremo spezzare questa catena causale“.

Un accumulo di beta-amiloide è stata riscontrato, quindi, nei pazienti affetti da Alzheimer ma anche in persone che riferiscono semplicemente disturbi del sonno. Uno studio parallelo dell’University of Rochester del 2013 ha trovato che le cellule cerebrali dei topi si ridurrebbero durante il sonno non-REM per fare spazio affinché i fluidi cerebrospinali possano ripulire metaboliti tossici. Walker è dell’avviso che il sonno aiuta a ripulire le proteine tossiche durante la notte, impedendo loro di strutturarsi e distruggere le cellule cerebrali.  “Dormire bene è come offrire una potente pulizia al cervello“. Inoltre, sempre secondo Walker, tanto più beta-amiloide abbiamo in alcune parti del cervello, meno riusciremo a raggiungere il sonno profondo. Di conseguenza ne risentirà la memoria. Dall’altro lato, meno sonno profondo raggiungiamo, meno il nostro cervello sarà efficace nell’eliminare questa cattiva proteina. E’, insomma, un circolo vizioso. Quello che non sappiamo ancora è quale di questi due fattori, il deficit di sonno o la proteina tossica, siano la causa che scatena questo ciclo. E’ stato individuato un nuovo percorso che collega il morbo di Alzheimer alla perdita di memoria e questo è molto importante, perché studiandolo e conoscendolo meglio potremo fare qualcosa di più  a riguardo.

Dunque, arriveremo a fare diagnosi di malattia attraverso i sogni o riusciremo ad affrontare determinate patologie sin dall’esordio?

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