Al solito “posto”: riflessioni personali e psicoanalitiche

Quando ci diamo appuntamento con qualcuno e la frequenza di questi appuntamenti diventa comune, solitamente privilegiamo un posto che diventa il “solito” posto per vedersi. Così la consuetudine diventa intesa, prossimità, vicinanza di intenti. Ci si capisce prima, insomma. Ma c’è un posto per noi che acquista un valore unico ed un significato quasi magico, un posto che ha segnato per noi un inizio. Un posto che ha segnato, a volte, il corso della nostra vita, anche a nostra insaputa. Ed allora diciamo “quel posto” e se quel posto ha segnato anche la vita dell’altro con cui ci vediamo, allora ci si intende ed il nostro posto diventa il “solito” posto, il nostro “spazio vitale”, solito, dunque, pur nella sua unicità.

Dello “spazio” aveva parlato Freud, con le sue due topiche, nella psicoanalisi classica, ma mi preme porre l’accento soprattutto sulla teoria dello spazio transizionale elaborata da Donald Winnicott.
Nel corso della sua lunga carriera, Freud ha delineato nella sua indagine metapsicologica, due topiche ben diverse l’una dall’altra. Cosa si intende per topica? La topica è una descrizione generale dell’apparato psichico e in tal senso afferisce alla dimensione metapsicologica della psicoanalisi.
La prima topica viene ampiamente descritta da Freud nel settimo capitolo, il capitolo dell’Interpretazione dei sogni (1899). Topica deriva da topos che in greco significa luogo o anche spazio. Freud descrive l’apparato psichico come diviso in tre spazi: le prime due regioni formano uno stato unitario, quello della coscienza e del preconscio; la terza regione è l’inconscio, il quale forma uno stato a sé, diviso e spesso in lotta con lo stato preconscio-coscienza. L’inconscio è abitato soprattutto da contenuti psichici rimossi in quanto incompatibili e inaccettabili dal sistema preconscio-coscienza. Credo che il lettore non abbia alcun bisogno di ulteriori informazioni in proposito. Allora per Freud l’apparato psichico era esteso spazialmente? Il cervello e il sistema nervoso hanno una natura materiale e pertanto un’estensione spaziale; ma in rapporto alla psiche, o mente, l’idea che essa sia spazialmente estesa è del tutto priva di senso, a meno che non si abbia un pensiero metafisico, ma non è il caso di Freud. Potremmo dire, allora, che egli parlasse di “spazio” in maniera euristica, dove con questo termine intendiamo una metodologia di ricerca fondata su un concetto non arbitrario ma privo di qualsivoglia fondamento realistico. Un escamotage, allora, per rappresentare plasticamente e razionalmente un fenomeno immateriale. Rappresentare la mente come estesa nello spazio costituisce, inoltre, il modo più immediato e forse anche più primitivo per parlarne, per caratterizzarla e descriverla.
In L’Io e l’Es (1922) Freud descriverà la sua seconda topica, laddove, però, al centro del vertice osservativo pone l’idea di un apparato psichico costituito da centri di vita psichica molto diversi l’uno dall’altro: Io, Es, Super-io. La prima topica era, dunque,costruita su un’euristica centrata sull’idea di spazio; nella seconda topica l’euristica è basata sull’idea di attività psichica.
Winnicott, qualche decennio dopo, usa il termine “spazio” e più spesso il termine area  all’interno dell’espressione di spazio ovvero di area transizionale.
Lo spazio transizionale ha nella vita dell’individuo uno specifico precursore in un “oggetto” al contempo materiale e immateriale, vivo e vitale e però del tutto inanimato, l’oggetto transizionale.
Il più noto oggetto transizionale è la coperta di Linus.
Secondo questa teoria ogni bambino o bambina nella prima infanzia, cioè nei primi due anni di vita, adotta e porta sempre con sé un oggetto morbido e caldo o che dà caldo come la coperta di Linus, un cuscino, un pezzo di stoffa, la cui funzione è decisiva per la buona crescita del bambino.
Appare abbastanza intuitivo pensare che l’oggetto transizionale rappresenti per il bambino il simbolo vivente della madre, la sostituisce quando ella non c’è, ma affinché questa sostituzione simbolica possa aver luogo veramente, l’oggetto per il bambino deve possedere la qualità di essere vivo e come tale di poter subire, come ogni essere vivente, l’amore ma anche l’odio del bambino.
L’oggetto transizionale ha una funzione “maturativa” per il bambino in quanto lo allena a gestire da solo i momenti angosciosi di separazione dalla madre.
Ma l’oggetto funziona solo se la madre è “sufficientemente buona”, sufficientemente capace di intuire per quanto tempo può rimanere lontana dal bambino, affidando la funzione vicariante di madre all’oggetto transizionale.
Se la durata è troppo breve o troppo lunga, l’oggetto non assolverà alla propria funzione di condurre il bambino verso l’autonomia. O, peggio, se la madre è terribilmente “cattiva” il bambino non vorrà alcun oggetto da portare con sé, che possa sostituirla. Se la mamma, inoltre, non è sufficientemente buona, e non concede al bambino di andare per la sua strada, il destino del figlio, a meno che altre circostanze non vengano in suo aiuto, sarà segnato da una malattia mentale, con possibili deliri e allucinazioni, che ripropongono in modo drammatico nell’adulto l’onnipotenza infantile.
Ua madre sufficientemente buona non sarà tanto narcisista da non consentire al figlio di “volgerle le spalle”, come sostiene Paul-Claude Racamier( Il genio delle origini (1992), trad. it. a cura di C.M. Xella, Cortina, Milano 1993).
In questo processo evolutivo il bambino arriva a comprendere che la realtà non soggiace ai suoi desideri, ed è quello che Freud definiva principio di realtà contrapposto al principio del piacere. Nel giovane adulto l’oggetto transizionale rimarrebbe come area, “luogo” di riposo, una membrana interposta tra realtà esterna e realtà interna, momento di sollievo dalle avversità della vita. Un luogo di ristoro, rappresentato da hobbies, creazioni artistiche e letterarie, musica ed altro ancora, che gli consenta di non soccombere ed impazzire.

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