Discorso sull’indole del Piacere e del Dolore ( Pietro Verri)

Pietro Verri, famoso illuminista milanese, compone nel 1781 il “Discorso sull’indole del piacere e del dolore”. Fin dalle prime righe dell’opera è evidente l’intenzione dell’autore di delineare con un approccio scientifico ma anche genealogico, le due principali passioni che spingono l’uomo ad agire: l’amore del piacere e la fuga dal dolore. Esse sono i due grandi contenitori in cui si potrebbe racchiudere Il “grande arcano” ossia la sensibilità dell’uomo. Fin dagli inizi inoltre l’autore ci fornisce una precisa definizione di ciò che tutti gli “amatori delle belle arti” dovrebbero conoscere, cioè che il loro scopo precipuo non è che la ricerca del piacere attraverso il quale e con il quale divertono e aiutano a comprendere l’utile e il vero.
E’ importante allora per Verri conoscere al meglio possibile la nozione di piacere e di dolore e a questo scopo si potrebbe dire che l’introduzione diviene un susseguirsi di opinioni diverse di filosofi tra cui Cartesio (1596-1650) secondo cui il piacere è“coscienza di qualche nostra perfezione, mentre per il filosofo tedesco Christian Wolff (1679-1754) si tratta di un “sentimento della perfezione”. Per lo svizzero Johann Georg Sulzer (1720-1779) il piacere è avidità dell’anima per la produzione delle sue idee”.
Viene infina presa in esame la definizione proposta dal filosofo francese Pierre-Louis Moreau de Maupertuis (1698-1759) secondo la quale “ il piacere è una sensazione che l’uomo vuole piuttosto avere che non avere”.
L’autore tuttavia giudica queste analisi grossolane, poco chiare e inefficaci e si propone quindi di continuare la sua indagine pur senza la certezza di raggiungere la verità ma che potrebbe comunque recare risultati inaspettati. L’intenzione di Verri è infatti di scrivere un ‘opera che spinga il lettore ad una forte riflessione, una sorta di ripiegamento nelle tenebre della propria interiorità e sensibilità, sostiene infatti che “l’esame attento dei fenomeni interni è lo specchio della filosofia e della morale umana.

La Sensibilità è il termine chiave che riunisce al suo interno sia l’amore del piacere sia la fuga del dolore. Non si riferisce solo all’ambito emotivo ma anche a quello fisico , tutti i suoi significati in ogni caso confluiscono e rimandano ad un unico sentire.
Le Belle arti sono le attività tra cui pittura, musica, danza, scultura, recitazione, il cui fine ultimo è il piacere; le belle arti agiscono attraverso una mimesi attiva dell’autore che attraverso il filtro creativo della sua mente, in cui non è presente solo la sua interiorità ma anche la sua cultura che gli permette di riconoscere l’arte, realizza non una copia ma una rappresentazione della realtà.
L’immaginazione, come da ammissione dello stesso autore, potrebbe inficiare i risultati della ricerca. E’ infatti una facoltà che si pone tra i sensi e l’intelletto e può quindi creare dei conflitti se non adeguatamente controllata.
Piacere e Dolore sono veri e propri fondamenti costitutivi della sensibilità, essi sono intrinseci in ognuno di noi.
Si potrebbero definire come moti opposti ma complementari poiché generano in noi la stessa passione.
Per Verri tutte le sensazioni, a loro volta scindibili in piaceri e dolori, si dividono in due classi : le sensazioni fisiche, cioè quelle originate da un’azione immediata come un taglio o un bacio, e le sensazioni morali, ovvero quelle in cui l’azione immediata non è conosciuta.
Ogni uomo, anche il più troglodita e selvaggio, è sensibile ai piaceri e ai dolori fisici. Tanto più un uomo è colto e ben educato tanto più sarà sensibile e ricettivo ai piaceri e ai dolori morali, infatti i piaceri e i dolori morali sono tanto maggiori quanto maggiore è il numero dei bisogni e delle relazioni morali che un uomo possiede.
Per esaminare meglio questa condizione Verri esamina se stesso, prendendo ad esempio l’annuncio della morte di un caro amico che gli provoca una immediata sofferenza ,la quale non avrebbe lo stesso effetto se egli non sapesse che la sua mancanza si manifesterà in molti aspetti della vita quotidiana e che non è certo destinata a cessare nel giro di qualche istante, la sofferenza in quel caso si tramuterebbe in semplice compassione. E’ quindi la previsione del dolore ( o timore per Verri) fornitaci dalla coscienza che origina il dolore morale. Analoga è la situazione in caso di un piacere morale : egli immagina infatti di ricevere notizia riguardo all’imminente conferimento di una prestigiosa carica ed è allo stesso modo la previsione del successivo piacere ( o speranza) a generare il piacere morale.
Da ciò è possibile ricavare un teorema valido in generale: tutte le sensazioni dipendono da tre soli principi :azione immediata sugli organi, speranza e timore. Il primo origina le sensazioni fisiche, gli altri due quelle morali.
Questi ultimi due fattori sono così potenti che riescono a condizionare secondo l’autore persino il comportamento dell’uomo che è portato ad agire onestamente e correttamente poiché teme il disprezzo altrui e poiché spera di poter ricevere lodi e onori e quindi provare piacere.
A Verri non resta che dimostrare una piccola parte della sua tesi , egli aveva infatti affermato che solo chi conosce ed è educato può percepire i piaceri e i dolori morali. A questo scopo egli prende in esempio i bambini, la cui mente scevra e inesperta non possiede ancora “l’accumularsi di una folla di idee” che si ottiene unicamente con l’esperienza. E’ evidente la consonanza di idee con il filosofo inglese John Locke (1632-1704) che afferma che alla nascita l’uomo non prova che sensazioni fisiche.
Le Sensazioni fisiche sono quelle che derivano da un’azione immediata ed evidente
Le Sensazioni morali non creano un effetto manifesto sul corpo, l’autore quindi opera una sorta di genealogia per scoprirne non solo le cause ma anche gli effetti.
Timore e Speranza sono le due emozioni fondamentali delle sensazioni morali, esse proiettano l’uomo nel futuro e incidono quindi nel suo agire.
Teorema generalissimo per Verri è l’assioma a cui giunge alla fine della sua analisi. Tutte le sensazioni dipendono solo da tre principi: azione, speranza e timore.
Il piacere morale nasce dalla speranza, cioè dalla probabilità di migliorare se stessi e la propria condizione rispetto al presente, la quale speranza presuppone quindi la mancanza sentita di un bene cioè un dolore morale. Ne consegue che non si può avere un piacere morale senza prima dover patire un dolore morale.
Egli prende ad esempio le sensazioni di un monarca assoluto, che possiede ogni ricchezza e bene ma non c’è in realtà in lui alcun piacere se non può provare nessun dolore. Ottiene infatti qualche fugace ed effimero piacere solo evadendo dalla sua figura attraverso gli spettacoli teatrali, cercando di catturare speranze altrui. C’è però in lui una sorta di incertezza, originatagli dal timore di perdere il proprio regno ed essere spodestato o dall’eventuale sopraggiungere di una sofferenza fisica, questa genera in lui in timore. Questo capita al buon monarca illuminato che vuole il bene del suo popolo e vorrebbe che il suo operato fosse riconosciuto, questo timore continuo origina quindi a sua volta una speranza e dunque un qualche piacere morale. Egli sa che dovrà impegnarsi costantemente per essere benvoluto dai suoi sudditi ma è proprio dall’aspettativa del rispetto che riceverà da questi che si origina il piacere.
In secondo luogo Verri esamina le figure di potere minore come i ministri e i consiglieri. Per questi sono momenti di piacere gli attestati di stima che confermano la loro autorità dal momento che ciò che più temono è proprio di perdere la carica che ricoprono. D’altro canto un politico “illuminato”, sostiene Verri, sa Vivere bene anche senza impieghi pubblici, serve il suo principe e agisce in modo disinteressato, segue solo la propria virtù; , è impassibile ai tormenti che coinvolgono gli uomini comuni, i quali cercano affannosamente un tornaconto personale dalle loro azioni, privi di qualsivoglia integrità. Ecco allora dimostrato, secondo il filosofo milanese, che ogni speranza presuppone una mancanza, un timore di fondo, dunque ogni piacere deriva retta via dal dolore, o per meglio dire dalla cessazione di questo.

Inquietudine è il sentimento che genera dolore. Dalla sua cessazione deriva il piacere, ne è la fonte stessa. Chi non ha incertezze non prova che noia.

Sebbene il piacere morale sia sempre accompagnato dalla cessazione del dolore che presuppone, non ogni cessazione di dolore produce un piacere morale. Verri prende ad esempio un giovane la cui moglie sia colpita da un improvviso malore che la porta in fin di vita e la costringa quindi poi ad una lunga convalescenza. La sofferenza sebbene grande cesserebbe gradualmente e non produrrebbe alcun piacere morale. In un secondo esempio al marito viene invece comunicata la morte della moglie ma la voce si rivela falsa, tale scoperta genera nel giovane un grandissimo piacere morale.
L’autore sostiene quindi che i piaceri morali siano una rapida cessazione di dolore.
Seguendo alcuni parametri fisici, Verri aggiunge che l’intensità del godimento è direttamente proporzionale e quella del dolore che lo precede e alla rapidità del suo “annientamento”. Segue una seconda rilevante considerazione: l’esperienza insegna all’uomo che può fare esperienza di diversi modi di esistere, così che in lui si delinea come una scala delle affezioni morali, stadi intermedi tra il sommo bene e il sommo male che non sono di per sé positivi o negativi, ma relativi alla condizione di ognuno che li prova. Ne discende, secondo Verri, che solo i più sensibili ai dolori morali lo siano altrettanto ai corrispondenti piaceri: una nazione colta in cui siano diffusi l’onore e le virtù sarà tanto più suscettibile alla cortesia e alla stima. Il popolo selvaggio, privo di cultura, presso il quale le sensibilità morale cede il posto ai “bisogni fisici”, non è affetto dai dolori morali poiché le fisicità occupa le menti dei suoi uomini al posto di una “folla di idee”.

Il Selvaggio infatti non si preoccupa di essere poco stimato, non aspira all’ammirazione come il popolo civile e quindi non prova il piacere di distinguersi. Questo vale anche per quanto riguarda il confronto tra il virtuoso e il malvagio: il primo vuole ottenere stima e compassione e soffre perché teme “l’umana dimenticanza” ed è mosso da questi dolori morali a continue azioni di virtù umana, cioè di quella che ha per oggetto la gloria, la lode, il sentimento del valor proprio e della propria eccellenza. La compassione fa patire all’uomo buono parte dai mali altrui: è il dolore morale che nasce da questa disposizione porta l’uomo a liberare gli altri dalle loro sventure.
Al contrario il malvagio, insensibile ai mali morali, indifferente alla buona o alla cattiva reputazione, soffre minori dolori morali ma può provare anche minori piaceri morali.

La Virtù è la dote che contraddistingue l’uomo incivilito che compie buone azioni spontaneamente. Essa produce, secondo Verri, piaceri morali.
L’autore si distacca dalla credenza Platonica e ritiene che essa vada in qualche modo riconosciuta e ricompensata all’uomo virtuoso che soffre per il timore di acquistare fama e stima.
Compassione/Stima sono i parametri sociali, i principi a cui Verri si riferisce per l’uomo virtuoso: quest’ultimo, infatti, da un lato ricerca di continuo la stima degli altri per non essere dimenticato ed acquistare buona fama. D’altro canto la compassione lo rende partecipe dei mali altrui e fa si che si preoccupi di alleviarli. Rapida cessazione del dolore è la definizione stessa che Verri dà del piacere morale, originato non semplicemente dal dolore, ma dalla sua cessazione immediata: l’intensità del piacere è direttamente proporzionale a quella del dolore e alla rapidità con cui esso si interrompe. Calma è lo status conseguito dall’uomo nel caso in cui il dolore morale cessi lentamente, passando attraverso stadi intermedi e divenendo mano a mano più leggero e sopportabile. E’ un’istanza in cui il soggetto sembrerebbe trovarsi quasi in un limbo delle sensazioni, non provando più dolore ma senza minimamente avvicinarsi al piacere morale.

Pietro Verri approfondisce il discorso sul dolore morale e sostiene che ogni dolore morale è semplice timore, che si potrebbe facilmente alleviare attraverso la ragione. Il dolore che si teme è solo ipotizzato, possibile ma non certo: ci si può liberare almeno in parte da esso attraverso la vera filosofia.
Si prendono ad esempio due uomini: uno ambizioso a cui viene sottratta una carica pubblica e un “freddo ragionatore”. Mentre il primo si dispera per la sua situazione, il secondo è fermo, lo rianima e lo esorta a diluire il suo timore per non affrontarlo in una sola volta. Successivamente gli dimostra che gli uomini illuminati di certo non lo umilieranno e non deve temere di essere povero se ha ancora vestiti, cibo e una casa. Per il resto poiché ha ancora la salute e la sua onestà non ha motivo di sconfortarsi. Se potesse ragionare razionalmente egli non soffrirebbe.
Tuttavia l’autore riconosce che l’uomo appassionato è sconvolto dal dolore, non è capace di ragionare lucidamente. E’ impossibile inoltre risalire all’origine delle proprie emozioni perché queste si intrecciano e si disperdono nel tempo. Verri esorta quindi gli uomini inciviliti ad affinare la propria ragione: essi potranno idealmente avvicinarsi alla felicità dei selvaggi nonostante sia impossibile eliminare del tutto i dolori.
Ragione è la facoltà della mente alla quale, secondo l’autore, l’uomo dovrebbe sottoporre i suoi sentimenti. Solo così sarà in grado di dominarli, scoprirà che il suo timore è solo illusorio e riuscirà ad alleviare i suoi dolori morali.
Successivamente Verri indaga più in profondità l’origine dei sentimenti morali. L’assunto principale è che siano scaturite da timore e speranza, i due “sentimenti motori”. L’uomo è in grado di sentire e di districarsi tra questi stati d’animo anche quando è fisicamente assente il loro oggetto grazie alla memoria, una “ignota parte di noi”, così potente da poter offuscare la ragione in quanto agisce anche indipendentemente dalla volontà. Ecco allora che genera essa stessa il piacere e il dolore morali, l’uomo non può farne esperienza senza averli provati in passato e poi ricordarli.
Si analizza in seguito la “cagione”, le due vie di accesso alle sensazioni : per quanto riguarda la cagione fisica è evidente il collegamento tra un meccanismo esterno e il dolore che ne consegue, senza tuttavia conoscere la causa di questa relazione. Nel secondo caso si ricerca invece una causa che associ il semplice ricordo di un dolore e la sensazione dolorosa che egli prova. E’ una ricerca assai complicata in cui Verri procede per ipotesi e tentativi. Egli sostiene che la memoria, elevato a un livello che la rende “vivacissima” , ossia la fantasia, sia in grado di provocare una “irritazione” nella “macchina”, nel corpo umano. E’ quindi questa la chiave della relazione mente-corpo.
In seguito si prende in esame la eventuale reciprocità della relazione tra piacere e cessazione di dolore. Il dolore non deriva quindi da una rapida cessazione di piacere. L’autore spiega che devono infatti esistere dei sentimenti originari, i primi provati dopo la nascita, “ un primo piacere morale e un primo dolore morale “. Se il piacere deriva dal dolore, il dolore non può a sua volta derivare dal piacere, poiché verrebbe a mancare la natura di affetti primitivi: si entrerebbe in un loop perpetuo senza origine.
Inoltre Verri si ricollega nuovamente al pensiero di Moreau de Maupertuis, che aveva cercato di calcolare numericamente le sensazioni e scoprendo che le somma totale delle sofferenze è di gran lunga maggiore delle gioie, perché influiscono maggiormente per maggiore intensità, durata e peso su chi le patisce.
L’autore formula di nuovo una teoria quasi scientifica basandosi sulla definizione stessa di piacere: esso è un effetto derivato dal dolore e non sarà mai superiore alla causa per quanto intenso. Le quantità inoltre non si equivalgono perché non tutti i dolori cessano velocemente e non generano quindi piacere. L’uomo è destinato più alla sofferenza che al piacere nel susseguirsi delle sensazioni morali. Il dolore inoltre è assai più forte e durevole del piacere che non può essere invece fisicamente duraturo poiché non si possono provare due piaceri congiunti senza provare almeno nel mezzo una breve interruzione dolorosa.
Per l’uomo è quindi assai più semplice figurarsi un cumulo di mali e soffrirne realmente che non può concepire uno stato di vita sempre giocondo e felice. E’ qui che sovviene la religione, che consola l’uomo e lo rassicura promettendogli una serie non interrotta di purissimi piaceri.

La Memoria è una funzione psichica così potente che, secondo Pietro Verri, risulta quasi umiliante nei confronti del soggetto e della ragione stessa. È una pare ignota dell’uomo ed è capace di produrre in lui immagini, ricordi che scaturiscono timore e speranza, e di conseguenza genera da sé il piacere e il dolore.
Fantasia: è una facoltà della mente umana derivante dalla memoria, portata a un grado elevato. Verri la definisce come una memoria “vivacissima”, capace di agire in profondità sul fisico, generando sensazioni e piacevoli e dolorose. Non è scissa dalla memoria, insieme si mescolano nella mente e nell’immaginazione dell’uomo.
Le percezioni fisiche, sono quelle che hanno una azione visibile sugli organi. Verri incomincia esaminando il dolore, che è sempre prodotto da una lacerazione di alcune parti del corpo siano esse esterne o interne.
De Maupertuis definisce il dolore come “una sensazione che dispiace di avere”. L’autore vuole capire in che modo questa azione sul corpo deriva tale sensazione dolorosa e lo fa servendosi dell’immaginazione, poiché non possiede nessun altro mezzo. Egli ipotizza allora che il dolore sia una sorta di “rannicchiamento forzato”, un restringimento delle parti vitali per trattenere le forze e che, nel caso in cui questo restringimento cessi in breve tempo, il piacere fisico che ne deriva sia una “espansione dell’animo istesso”. Anche la previsione del dolore fisico ha il suo ruolo poiché fa molto più dolore un taglietto da parte di un chirurgo ma previsto che un fendente di spada, assai più grave ma improvviso. Sembra plausibile quindi all’autore che sia necessario un preavviso per coagulare la sensibilità in un solo luogo; tuttavia anche una lacerazione inaspettata e quindi sopraggiunta dove c’è una minima sensibilità è in grado di manifestare il dolore che diventa via via più cocente. Verri rinuncia quindi a conoscere l’essenza del dolore fisico. Allo stesso modo è assai difficoltoso raggiungere l’essenza del piacere fisico anche se sembra abbastanza ovvio che esso dipenda da una rapida cessazione del dolore, si immagini ad esempio un lauto pasto dopo un duro lavoro o dell’acqua fresca quando si ha sete. E’ inoltre tanto più forte quanto lo è stata la precedente sofferenza, così che alcuni uomini se ne procurano addirittura alcune da sé e le fanno poi cessare rapidamente per ottenere il piacere.
Posto però che ogni sensazione piacevole ci deriva dalla rapida cessazione di dolore alcune di queste cessazioni ci risultano poi ignote. Questi piaceri sono causati da quelli che Verri chiama “Dolori innominati “e si potrebbero assimilare a dolori come il mal di testa o di stomaco, che provengono cioè da parti meno avvezze al tatto. Queste parti cagionano al corpo umano delle sensazioni annebbiate ed equivoche, una sorta di malessere latente e prolungato che non riesce a fornire un’idea localizzata del dolore, proprio come la “uneasiness” di John Locke.
I Dolori innominati sono quei dolori cagionati da parti meno sensibili al tatto e che quindi forniscono sensazioni più confuse e annebbiate. Essi sono l’origine dei piaceri che non derivano da una rapida cessazione di dolore.
Secondo Verri tutte le belle arti hanno per base i dolori innominati e se non ci fossero esistiti questi dolori non sarebbero mai nate le belle arti. Egli sostiene infatti che un uomo vigoroso e felice è insensibile alla musica, alla poesia o alla pittura, a meno che una precedente consuetudine non lo coinvolga meccanicamente, mentre la sensibilità dell’uomo triste non farà che accrescere. La musica in particolare, priva di una rappresentazione visiva richiede una grande sensibilità da parte dell’ascoltatore che per farsi coinvolgere deve utilizzare la propria immaginazione. Le belle arti in toto comunque possono confortare e far cessare il dolore di chiunque vi si approcci purché “appassionato”. Chi invece non lo sia potrà al massimo apprezzare la bravura tecnica dell’esecutore.
Più un opera è in grado di destare sentimenti più il piacere che ne deriva sarà frequente: l’anima è infatti riempita di oggetti che creano dolori e li estinguono e poi li riproducono e li annientano di nuovo a vicenda. Si utilizza come esempio un quadro che rappresenta la Partenza di Attilio Regolo da Roma (M. Knoller) il quale è così esattamente conforme al costume che spira maestà, grandezza e sentimento e genera quindi un grande piacere. In altro modo avviene il coinvolgimento a teatro dove è necessario che lo spettatore si senta partecipe delle emozioni messe in scena perché possa sentirle proprie. Tuttavia solo chi più soffre sa compatire perché “appassionatamente ama” l’altro da sé per farsene quasi rapire e sottrarsi al proprio dolore.
Dunque, il piacere delle belle arti nasce dai dolori innominati, che possono essere sia fisici che morali, che possiamo intendere come la noia o le più gravi umiliazione e derisione. Sono proprio questi ultimi a fornire la spinta per alimentare e perfezionare le arti stesse.
Verri desidera dimostrare come le belle arti derivino dalla teoria del piacere.
L’autore sostiene che non sia poi così difficile sorprendere all’inizio e catturare l’attenzione del pubblico, è infatti nell’incipit che si concentra la sorpresa dello spettatore, quel primo ed istantaneo piacere che causa la cessazione dei dolori innominati. La difficoltà consta invece nel mantenere la concentrazione del pubblico e nel fornire piaceri sempre più crescenti; ciò non può avvenire che se non somministrando “pillole” di dolore che poi rapidamente cesseranno e creeranno i piaceri. E’ importante che dolori e piaceri siano equilibrati perché il tutto sia armonioso e memorabile. L’autore sceglie come esempio il giardino di Aristippo, fornito di un “leggiadro disordine”.
L’artista deve distribuire la bellezza intervallandola con i dolori innominati poiché bisogna che “le cose belle stiano ad una certa distanza le une dalle altre”
L’arte, in conclusione, deve essere sempre inafferrabile nella sua interezza, custodendo al suo interno qualcosa di nascosto così che sia il fruitore a dover lavorare attraverso le sue sensazioni per percepirla e la sua fantasia verrà, al fine, eccitata.

Lascia un commento